Venticinque anni dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti, leader mondiale in campo economico e militare, non sono più l’unica superpotenza globale, con la Cina che guadagna terreno e varie potenze regionali che esercitano la loro influenza. L’America ha inoltre perso il suo status di custode delle democrazie occidentali; la spinta all’unità nazionale a seguito degli attacchi terroristici di Al Qaeda si è sgretolata, minata dalla contestata e disastrosa war on terror della presidenza Bush. Tale risposta imperiale, accompagnata da un’incapace pretesa di esportare la democrazia, ha danneggiato l’immagine di Washington come garante degli equilibri mondiali. All’interno del Paese, ciò ha innescato una serie di degenerazioni culminate nel populismo sovranista di un Donald Trump sempre più autoritario, riporta Attuale.
La fine del XXI secolo
La tecnologia ha avuto un impatto significativo: le distruzioni del World Trade Center di New York e di parte del Pentagono sono diventate oggetto di teorie cospirative e di una crescente polarizzazione politica, alimentata dall’avvento degli smartphone e delle reti sociali che nel 2001 non esistevano ancora.
La sfiducia e il risentimento
Attualmente, l’indebolimento delle democrazie occidentali e la tempesta trumpiana che ha stravolto la vita politica degli Stati Uniti sono spesso ricondotte agli eccessi e ai fallimenti della globalizzazione. Questi fattori, insieme alle pulsioni identitarie causate dalle migrazioni e alla crisi finanziaria del 2008-2009, hanno portato a una recessione con milioni di disoccupati e a una sfiducia popolare nei confronti degli esperti e della classe dirigente.
Già prima di questa valanga, la sfiducia e il risentimento degli americani verso i vertici del potere erano emersi dopo l’11 settembre, un attacco che i più potenti servizi segreti del mondo non erano riusciti a prevedere. Nonostante avessero raccolto vari indizi, l’intelligence burocratizzata non aveva saputo collegarli. Al contempo, venti anni di guerra in Afghanistan e Iraq hanno causato migliaia di morti e feriti, segnando l’America in modo profondo, con una devastazione pari a tre anni di reddito nazionale dell’Italia.
Il veleno social
La Silicon Valley, che prometteva di costruire ponti, si è trasformata in megafoni per propagare notizie distorte, grazie sia a centrali mediatiche malevole sia al funzionamento automatico degli algoritmi che promuovono contenuti incendiari. Con Facebook, lanciato nel 2004, e Twitter nel 2006, la comunicazione ha preso una piega inaspettata, contribuendo a fratturare le comunità e a rendere credibili teorie cospirative sul 15% della popolazione americana.
Nell’America di oggi, in preda all’inquietudine e alla sfiducia, non è difficile riscontrare le radici dei fenomeni involutivi nei tumultuosi eventi del 2001, anche se quasi metà della popolazione non ha memoria di quelle esperienze. Oltre ai costi economici e umani delle guerre, con l’introduzione del Patriot Act, pochi mesi dopo gli attacchi, si è iniziato a configurare quello che viene definito lo “Stato della sorveglianza”.
Le barriere morali sono cadute con Guantanamo e la tolleranza verso metodi di tortura. Anni dopo, le strutture create per catturare i terroristi jihadisti sono state utilizzate da Trump per inasprire la caccia agli immigrati clandestini. La minaccia del terrorismo islamico si è sovrapposta a quella del terrorismo interno, incluso il revival del suprematismo bianco.
Infine, riguardo ai rapporti internazionali, l’America, focalizzata per troppi anni sulla lotta al terrorismo, ha trascurato l’evidente ascesa della Cina e la rinnovata aggressività della Russia. Osama bin Laden non ha realizzato i suoi obiettivi di creare un califfato panarabo, ma, paradossalmente, ha ottenuto un «catastrofico successo» nel minare l’unità dell’America e dell’Occidente.