L’Aquila: dopo 17 anni, la promessa di rinascita rimane disattesa
L’Aquila, 6 aprile 2026 – Il dolore persiste, e le parole di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice abruzzese vincitrice di premi prestigiosi, risuonano forti in occasione del 17° anniversario del terremoto del 2009 che causò 309 vittime. La celebrazione della città come Capitale italiana della cultura per il 2026 non può mascherare le cicatrici lasciate dal disastro, che hanno segnato un “prima e un dopo” difficile da superare, riporta Attuale.
Donatella Di Pietrantonio, quale è il suo stato d’animo in questo anniversario?
“Quel momento, le 3 e 32 del 6 aprile di 17 anni fa, è stato uno spartiacque nella storia de L’Aquila e di tutto il nostro territorio. Da quell’istante ci sono stati un prima e un dopo. Il “dopo” ha significato che nulla sarebbe mai più stato come prima”.
Che effetto le fa sentir parlare di rinascita?
“Dopo tanto tempo, risulta fastidiosa la retorica che accompagna l’uso di questa parola, ‘rinascita’, e non possiamo più sopportare le passerelle e gli interventi spot”.
La capitale della cultura sta attirando nuovamente l’attenzione, ma la memoria di Silvio Berlusconi lungo le vie martoriate resta viva?
“Quando il dolore era così acuto, ha provocato fastidio il fatto che la nostra catastrofe fosse oggetto di strumentalizzazioni”.
Qual è la principale promessa tradita in questo processo di ricostruzione?
“Negli anni, la ricostruzione è stata a varie velocità, e qualcosa ce lo siamo persi per strada. Certo, se andiamo a L’Aquila, quest’anno, possiamo vedere una città molto bella”.
Quindi L’Aquila è in parte risorta?
“Sì, ma le criticità restano. Ci sono palazzi splendidi che però rimangono vuoti. La principale promessa tradita è stata quella di riportare gli aquilani a L’Aquila; molti se ne sono andati per sempre. Evidentemente non abbiamo saputo creare le condizioni giuste al momento giusto”.
La ricostruzione ha anche messo in luce temi più ampi, come il tema dell’abbandono delle aree interne?
“Nei comuni più lontani, abbiamo perso molti pezzi. Questa perdita si inserisce nel contesto dell’abbandono delle zone interne. Il piano nazionale delle aree interne indica che alcune regioni non sono più considerate recuperabili. Si parla di eutanasia geografica, antropologica”.
Essere Capitale della cultura può essere visto come un risarcimento, sebbene tardivo?
“Ben venga, se questo porta investimenti e visibilità. Ma è necessaria una programmazione sistemica, non solo culturale. Concentrando risorse sulle città, si ignora la cura dei territori circostanti. Mentre parlo, sto passeggiando vicino al fiume Tavo, vedendo i danni dell’ultima alluvione”.
Ma in Italia non si investe sulla prevenzione?
“No, e chi si dedica ai piccoli borghi viene considerato un ingenuo”.
Conosce persone che vivono ancora in condizioni temporanee?
“Sì, il problema è che le new town berlusconiane hanno rappresentato un enorme investimento sulla provvisorietà. Avremmo preferito investire in soluzioni a lungo termine, invece ci ritroviamo, a distanza di 17 anni, con zone degradate e spopolate”.