Verso la fine dell’anno, il turismo perde il suo carattere esperienziale per diventare oggetto di analisi. È il momento delle previsioni, delle mappe future e delle classifiche che orientano scelte, flussi e immaginari. Questo esercizio rassicurante suggerisce che la complessità dei movimenti umani possa essere ridotta a un elenco, ignorando le radici economiche, sociali e culturali più profonde, riporta Attuale.
La “No List” di Fodor e le sue implicazioni
La “No List” di Fodor per il 2026 non rappresenta un atto censorio o una chiamata al boicottaggio, bensì un segnale che mette in luce la normalizzazione della pressione eccessiva esercitata dal turismo su territori e comunità. La questione centrale non è la lista stessa, ma il sistema che la rende necessaria e le produce come strumenti simbolici di compensazione, senza discutere il modello che le genera.
Le Isole Canarie tra le destinazioni sconsigliate
Le Isole Canarie sono state incluse tra le destinazioni sconsigliate e ciò non sorprende: rappresentano un turismo contemporaneo accessibile e continuo, concepito come una vacanza permanente, standardizzata e facilmente consumabile. Questa apparente “normalità” le ha rese un esempio di saturazione turistica.
Overtourism: una crisi strutturale
L’overtourism non è un incidente, ma il risultato prevedibile di un’economia che ha fatto del viaggio un bene di largo consumo. I dati mostrano milioni di visitatori e un aumento degli affitti, ma ciò che realmente accade è che i luoghi smettono di essere spazi di vita per diventare infrastrutture per l’uso altrui.
Decine di migliaia di persone alle Canarie protestano contro il turismo di massa e i suoi effetti, chiedendo un limite allo sviluppo. Le proteste riguardano non solo i prezzi o l’ambiente, ma parlano di un diritto alla permanenza e di una crisi di senso legata alla trasformazione digitale.
Il rapporto tra turismo e rappresentazione
Il viaggio è oggi inseparabile dalla sua rappresentazione. La sua fruizione avviene attraverso immagini, stories e recensioni che non solo raccontano, ma modellano i luoghi. Il turista non è più un esploratore, ma un utente, e il luogo diventa un’interfaccia. Si visita ciò che è stato validato e si percorrono itinerari ottimizzati, portando a un’esperienza compressa e funzionale alla produzione di contenuti. Non si va per conoscere, ma per dimostrare di aver fatto.
Le conseguenze per le comunità locali
Questa iper-mediazione impoverisce la grammatica del viaggio. La lentezza diventa inefficienza e il contatto con l’alterità viene sostituito da una familiarità costruita dagli algoritmi, rendendo i luoghi opachi e intercambiabili. Le comunità locali non solo devono affrontare l’impatto materiale del turismo, ma anche quello simbolico, essendo ridotte a elementi decorativi di un’esperienza altrui.
Ripensare il turismo nell’era contemporanea
Cambiare semplicemente destinazione è un’illusione: spostare i flussi senza interrogarsi sulle cause riproduce gli stessi effetti altrove. La vera questione è il modo in cui il viaggio è integrato nel capitalismo contemporaneo, come prodotto e consumo veloce. Ripensare il turismo significa rivedere il nostro rapporto con il tempo e lo spazio, accettando che non tutto debba essere immediatamente comprensibile. Occorre meno retorica sulla sostenibilità e più educazione allo sguardo, valorizzando la relazione costruita con il luogo.
Il viaggio, se ha ancora un significato, non è quello che ci porta lontano, ma quello che ci trasforma. Senza questa trasformazione, continueremo a muoverci incessantemente, scambiando lo spostamento per esperienza e la presenza per conoscenza.
Incredibile come il turismo sia diventato solo un consumo, un’industria che svuota i luoghi della loro anima! Le Isole Canarie, così belle, ora solo un parco giochi per turisti… e le comunità? Che futuro hanno? Dovrebbero essere al centro delle scelte, non merce da sfruttare.