Le coalizioni puntano al 2027 mentre le tensioni nel Pd-M5s riemergono dopo le Regionali

26.11.2025 03:35
Le coalizioni puntano al 2027 mentre le tensioni nel Pd-M5s riemergono dopo le Regionali

Frizioni nel campo largo: il Pd e il M5s già in difficoltà

Roma, 26 novembre 2025 – L’idillio Pd-M5s, innescato dall’ebbrezza del successo in Campania, è durato meno di 24 ore. Tra i due pilastri del campo largo le frizioni già sono riemerse. Un particolare spiacevole che, tuttavia, non basta a guastare la festa di una galvanizzata Elly Schlein. In conferenza stampa ostenta ottimismo: “Siamo in partita, vogliamo vincere, siamo pronti ad andare al governo, vincendo le Politiche”, riporta Attuale.

Allo screzio con i cinquestelle dedica un passaggio fugace: “Dobbiamo lavorare sul progetto per l’Italia a partire dalle cose che condividiamo, facciamo questo lavoro non chiusi nelle stanze ma nel Paese. Proviamo ad ascoltare gli esperti e le università per una proposta più ricca e competitiva”. Allude all’annuncio di Giuseppe Conte: l’apertura di un cantiere programmatico. “In questi anni abbiamo sperimentato un nuovo modo di ascoltare e far partecipare le persone alle decisioni. Un anno fa lo abbiamo sperimentato con Nova. E ora quel metodo voglio replicarlo. Apriamo il cantiere di un nuovo programma”. Tuttavia, per il Nazareno più o meno tutto è problematico. Fra i punti del programma ci sarà senza dubbio il no al riarmo europeo. Per Elly significa trovarsi di nuovo tra due fuochi: da un lato l’alleato principale, dall’altro la minoranza del Pd e, soprattutto, il Quirinale. Una situazione scomoda e pericolosa, nella quale la segretaria non ha alcuna voglia di trovarsi.

La mossa di Conte è tutt’altro che ingenua. Il capo pentastellato è convinto di doversi presentare alle elezioni con una qualche forma di alleanza stabile con il Pd. Ma il modo è da definire e resta da risolvere il nodo della premiership: lui non ha rinunciato al sogno di tornare per la terza volta a Palazzo Chigi.

Le scosse telluriche del voto agitano con forza ancora maggiore lo schieramento di centrodestra, non tanto nelle regioni in cui la coalizione di Giorgia Meloni è stata sconfitta, ma in quella dove ha trionfato: il Veneto. Luca Zaia è già partito all’attacco con i modi discreti che lo contraddistinguono. Dà per spacciata la linea nazionalista di Vannacci (che è in buona misura anche quella di Matteo Salvini), e coltiva l’ambizioso progetto di ridisegnare il Carroccio rendendolo una forza federata.

L’obiettivo è riportare lo scettro nelle mani del partito del Nord, pur senza mettere in discussione il ruolo del frontman per Salvini. Va da sé che qualsiasi alterazione negli equilibri della Lega è destinata a ripercuotersi su quelli dell’intera coalizione. È probabile che dopo il trionfo veneto la premier si trovi a fronteggiare un Salvini più battagliero: “Il 36% è un risultato storico”, sottolinea il Capitano. Forse è solo una coincidenza, come dicono i leghisti, che il blocco del ddl sulla violenza sessuale in Senato sia arrivato all’indomani del voto, o forse no. Di certo, il tavolo che risentirebbe di più del nuovo peso del Carroccio è quello dove si gioca la partita più importante assieme al referendum costituzionale: la nuova legge elettorale. Che sia necessaria è appurato: con l’attuale sistema la sconfitta del centrodestra è possibile, mentre il pareggio sarebbe un incubo per Chigi ma anche per il Nazareno.

Schlein ora frena: “Non ci interessa in questo momento discutere delle priorità di Giorgia Meloni”. La riforma che ha in mente la premier, alla quale stanno lavorando i fedelissimi Giovanni Donzelli e Francesco Lollobrigida, è nota: eliminazione drastica della quota maggioritaria (per evitare il cappotto del campo largo nel Sud), proporzionale puro con premio di maggioranza fino al 55% per chi supera il 40% (la soglia potrebbe essere alzata per scongiurare bocciature della Consulta), listini corti bloccati senza preferenze, indicazione del candidato premier sulla scheda. Meloni è tentata dall’idea di presentare un testo già a febbraio. Ma almeno due punti sono per la Lega problematici: l’eliminazione dei collegi decapiterebbe il potere di condizionamento che consente al Carroccio di ottenere una rappresentanza più folta dei suoi voti. E l’indicazione del premier non piace a Salvini né a Tajani. Fino a due giorni fa, Giorgia Meloni era certa di poter travolgere ogni resistenza. Le cose sono cambiate: per ottenere la sua legge, dovrà pagare a caro prezzo la cancellazione dei collegi. Per l’indicazione del premier forse non c’è prezzo che tenga.

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