Proteste in Iran: nuove violenze e repressione delle forze di sicurezza
Venerdì, in Iran, è iniziato il tredicesimo giorno di proteste contro il regime della Guida Suprema Ali Khamenei. Le informazioni dal paese rimangono limitate a causa del blocco dell’accesso a internet imposto dal regime, destinato a impedire le comunicazioni tra i manifestanti e a limitare la diffusione di immagini della repressione violenta, riporta Attuale.
Nonostante le restrizioni, molti video stanno circolando online, rivelando imponenti cortei che attraversano gran parte del paese. I manifestanti intonano cori contro il regime, e si registrano scontri tra le forze di sicurezza e i cittadini in diverse città.
Un video verificato dalla BBC mostra gli eventi nella capitale Teheran, con ulteriori clip che rivelano edifici e automobili in fiamme. A Qazvin, i manifestanti hanno urlato «morte al dittatore» e «Lunga vita allo Shah», un chiaro segnale di distacco dal regime attuale e di richiamo a Reza Pahlavi, figlio in esilio del defunto Shah.
I cori pro-monarchia dimostrano che almeno parte dei manifestanti si sta distaccando dalle correnti riformiste e conservatrici, evocando nuovamente la dinastia Pahlavi come alternativa al sistema attuale. Pahlavi ha espresso il suo sostegno alle proteste, sottolineando l’importanza della mobilitazione popolare.
Secondo l’organizzazione Human Rights Activist in Iran (HRAI), fino a giovedì le manifestazioni hanno coinvolto 46 città in 21 province, principalmente nel nord-ovest del paese. Le forze di sicurezza stanno reagendo con violenze e arresti di massa, con quasi 2.300 persone fermate negli ultimi dodici giorni. Le proteste sono iniziate il 28 dicembre in risposta alla crisi economica, ma si sono ampliate in una contestazione più ampia contro il regime di Khamenei.
Una testimonianza raccolta dal New York Times indica che i gruppi di manifestanti sono molto eterogenei, comprendendo un gran numero di giovani. In alcune circostanze, le forze di sicurezza hanno arrestato i manifestanti negli ospedali, come evidenziato da due recenti incursioni in cliniche a Ilam e Teheran, dove sono stati lanciati lacrimogeni e si sono verificati atti di violenza contro il personale medico e i pazienti. Il Parlamento iraniano ha aperto un’inchiesta riguardo a questi raid, impulsata anche dalla pressione del presidente Pezeshkian.
Finora, sono state confermate 42 vittime nei confronti dei manifestanti, inclusi 8 agenti di polizia. Video provenienti da Fardis mostrano corpi distesi sul suolo, evidenziando la gravità della situazione. Altri filmati rivelano conflitti a Mashhad, mentre nella città di Abadan le forze di sicurezza hanno reagito ritirandosi sotto piogge di sassi da parte dei manifestanti.
Nonostante i tentativi del regime di minimizzare l’estensione delle manifestazioni, i video attestano che si tratta delle proteste più significative dall’epoca della morte di Mahsa Amini nel 2022, avvenuta dopo il suo arresto per non aver indossato il velo in modo conforme. Le notizie di scioperi continuano ad emergere, con negozi chiusi in molte aree. La posizione dell’ayatollah Khamenei è stata quella di condannare i manifestanti, definendoli «riottosi» e legittimando l’uso della violenza contro di loro.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha recentemente minacciato il regime iraniano, avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero agire “molto duramente” se le violenze contro i manifestanti proseguono, mostrando così l’attenzione internazionale verso la situazione in Iran.