L’Europa fatica a comprendere una nuova visione globale senza raggiungere gli obiettivi americani

29.07.2025 09:05
L'Europa fatica a comprendere una nuova visione globale senza raggiungere gli obiettivi americani

Numerosi osservatori si sono dimostrati delusi dalla decisione di Ursula von der Leyen di cedere su questioni tariffarie, conferendo a Trump quella che il New York Times definisce una «grande vittoria». Tuttavia, al centro di questa dinamica risiede uno scontro tra due visioni del mondo, come afferma Elmar Hellendoorn, esperto senior del Centro per la Geoeconomia presso il think tank Atlantic Council di Washington. «Gli europei sono abili negoziatori, ma si trovano di fronte a una nuova realtà geopolitica e geoeconomica. Per molte capitali europee e per Bruxelles la sfida è accogliere la geoeconomia contemporanea». riporta Attuale.

La geoeconomia rappresenta un fenomeno moderno in cui strumenti economici vengono impiegati per scopi politici e strategici. «Alcuni europei sembrano comprenderlo meglio di altri», spiega Hellendoorn. «Ad esempio, gli italiani possiedono una maggiore capacità di reazione rispetto ai nordici a questa nuova realtà. Nella storia italiana, vi è sempre stata un’interazione tra interessi finanziari e militari. Questo è vero anche per i francesi; ma più si va a Nord, più i tecnocrati cercano di separare questi temi». In questo contesto, «le tariffe sono percepite come un modo per proteggere la propria comunità», afferma Hellendoorn. «Gli Stati Uniti sono gravati da un debito enorme, e non è chiaro se riusciranno a sostenere le proprie forze armate mentre gestiscono le problematiche in Europa e Asia simultaneamente. Vi è l’idea che gli europei dovrebbero coprire il debito americano. Questa non è una novità: durante la Guerra Fredda, quando le truppe americane erano dislocate in Germania e Francia, ci furono importanti difficoltà fiscali per il bilancio degli Stati Uniti, e ai tedeschi fu chiesto di acquistare attrezzature militari americane e titoli di stato, quindi debito. Attualmente, assistiamo a un ritorno a questa configuazione da Guerra Fredda. Per comprendere questa nuova Guerra Fredda, è essenziale studiare la storia passata.

Questo cambiamento si è già manifestato sotto la presidenza di Biden, con il fine di stimolare la produzione industriale americana e ridurre la dipendenza da fornitori esteri in settori critici. Questa impostazione si basa sulla visione della sicurezza nazionale di Jake Sullivan, consigliere di Biden. «Inoltre, guardando le rivelazioni di Snowden, notiamo che già sotto Obama ci fu un utilizzo dell’intelligence nei negoziati commerciali per favorire gli americani».

Un ulteriore elemento da considerare è la dominanza della Marina Americana che, per decenni, ha garantito la libertà di navigazione globale. Tuttavia oggi, altre marine, inclusa quella cinese, hanno accresciuto il loro potere, il che implica che gli Stati Uniti non possono più garantire la libertà di navigazione com’era prima e punteranno a riportare le filiere produttive in aree di cui possono avere il controllo, incluse le vie marittime. «Questo è cruciale per l’Europa e per l’Italia, considerando tutto il commercio dal Mar Rosso che arriva a Trieste e Genova; situazioni come quelle generate dagli houthi in Yemen dimostrano come sia necessario un potere militare per assicurare il flusso commerciale.

Ne emerge una continuità tra le politiche dei democratici e dei repubblicani, anche se il metodo di Trump risulta più aggressivo. Per Trump, l’adozione di dazi è motivata da molteplici ragioni: è un sostenitore di tali politiche da oltre quattro decenni e ha mostrato ostilità verso l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia, anche Obama, come nota Hellendoorn, non ha nominato nuovi giudici nell’Organizzazione, complicando così la risoluzione delle controversie commerciali.

Questa tendenza non è esclusivamente americana, in quanto anche Russia e Cina hanno investito parte dei loro fondi sovrani nella tecnologia occidentale, portandola in patria per utilizzi militari; la Cina ha applicato blocchi all’export nei confronti del Giappone nella controversia riguardante le isole Senkaku. Le motivazioni per le azioni intraprese sono una questione, i risultati un’altra.

A prima vista, Trump ha ottenuto quasi tutto quello che desiderava dalla UE, inclusi dazi del 15% sui prodotti europei e la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari in energia nei prossimi tre anni. Per valutare l’efficacia di questo accordo, sarà fondamentale esaminare il testo scritto e il risultato delle cause legali contro Trump che potrebbero negargli l’autorità per applicare tali dazi. In aggiunta, è necessario comprendere l’impatto di queste tariffe sui prezzi al consumo. Per diversi mesi, esperti economici hanno avvertito che i dazi avrebbero potuto causare inflazione e disoccupazione, ma tali effetti non si sono manifestati. Nonostante ciò, David Tannebaum, collega di Hellendoorn al Centro di Geoeconomia, avverte che è prematuro formulare giudizi in merito all’impatto di tali cambiamenti. «Non sono certo che la popolazione comprenda appieno come tutto sia interconnesso e come realmente funzionano le catene di approvvigionamento», spiega Tannebaum. A titolo di esempio, rileva come la Cina abbia cominciato a vietare l’export di alcune terre rare, portando a chiusure di linee di assemblaggio di produttori americani per mancanza di materiali. Un fenomeno che non ha recoverto attenzione nei mercati, ma che potrebbe presto rivelarsi cruciale, poiché richiede tempo affinché le auto assemblate raggiungano i punti vendita e i consumatori. Potremmo non avere ancora una visione chiara dell’impatto totale delle tariffe sulle vendite dei prodotti negli Stati Uniti, in quanto le aziende hanno accumulato scorte. Ma nel terzo e quarto trimestre, ci si aspetta di osservare gli effetti, dato che produttori di giocattoli cercano di diversificare le proprie produzioni in Cina e i produttori automobilistici cominciano a registrare significativi perdite.

Attualmente, molte grandi aziende stanno cercando di assorbire parzialmente i nuovi dazi per minimizzare l’impatto sui consumatori, ma «in un futuro, gli azionisti vorranno che i loro profitti tornino a salire», avverte Tannebaum. «A lungo termine, non è sostenibile assorbire il costo dei dazi». Quando gli viene chiesto se Trump possa tornare su alcune delle sue decisioni riguardo ai dazi, l’esperto risponde: «Penso che alcuni di essi diverranno permanenti, mentre per altri potrebbe esserci un cambio di strategia. Recentemente, Trump ha annunciato nuovi dazi sul rame, importando 810.000 tonnellate annuali negli Stati Uniti. La strategia di rafforzare la produzione di rame in America è chiara; tuttavia, se ciò comporta un aumento del costo del rame del 50% per 5-10 anni, qual è il piano? Considerando che il rame è presente in una larga gamma di prodotti, è plausibile che ci sia una revisione su questi dazi, a meno che i repubblicani non desiderino perdere tutte le elezioni future». La stabilità dei mercati sarà un indicatore cruciale per la direzione futura delle politiche americane, conclude Tannebaum. Le aziende devono comprendere che le loro strategie attuali di assorbire i dazi o minimizzarne l’impatto non sono adeguate, e non è giusto nascondere al consumatore americano l’aumento dei prezzi. «Mia figlia di 13 anni ha voluto acquistare un costume da bagno da un marchio australiano: costava 200 dollari, e il costo delle tasse doganali era di 150 dollari», conclude.

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