Lo Stato palestinese: storia e aspirazioni di una nazione assente

26.07.2025 23:35
Lo Stato palestinese: storia e aspirazioni di una nazione assente

DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Qual è realmente lo Stato palestinese che il presidente francese Macron intende riconoscere? La verità è cruda: attualmente non esiste.

Negli eventi a sostegno dei palestinesi, si sente spesso il grido «from the river to the sea», che esprime il desiderio di scacciare gli israeliani. Tuttavia, chi lo ripete ignora che dal Giordano al mare esiste già uno Stato, e quell’unico è Israele. I palestinesi si trovano in enclave che non possono essere paragonate a un effettivo Stato: mancano di un sistema fiscale e di libertà di movimento, e l’importazione e l’esportazione avvengono solo con il consenso israeliano. La polizia palestinese si comporta come guardiani al servizio di un’autorità, spesso nell’impossibilità di opporsi alle forze israeliane. Non hanno controllo sulle loro risorse idriche, sull’elettricità o su internet, e non votano da quasi due decenni. La loro vita dipende dalla benevolenza dello Stato israeliano o, nel peggiore dei casi, dalla sua avversione.», riporta Attuale.

Gaza, un futuro sbocco al mare?

La Striscia di Gaza potrebbe rappresentare il collegamento marittimo di un potenziale Stato palestinese. Sebbene ci siano solo pochi chilometri di deserto a separarla dalla Cisgiordania, le possibilità di una connessione attraverso autostrade sotterranee o ingabbiate non mancano. La creazione di un porto non è neppure un’idea irrealizzabile. Ma qual è la situazione attuale di Gaza? Con una storia di prosperità che risale a prima di Cristo, Gaza è stata la terra dei filistei, e oggi conta circa 2,1 milioni di abitanti, un numero notevolmente aumentato rispetto ai 300mila del 1949. Dopo il 2005, gli abitanti sono costretti a vivere in quella che è conosciuta come «la più grande prigione a cielo aperto del mondo».

Una Riviera impossibile

In passato, Gaza vantava università, ospedali e industrie, ma anche prima del 7 ottobre, lo sviluppo e le libertà erano un’illusione. Non sorprende quindi che sia emerso il terrorismo di Hamas, con i suoi attentatori suicidi. Oggi, dopo due anni di bombardamenti, Gaza giace in macerie, sia materiali che umane. Servirebbero miliardi di euro per la ricostruzione e decenni per guarire le ferite delle persone che sono riuscite a sopravvivere. Il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu desiderano trasformarla in una Riviera di lusso, dove però gli abitanti odierni non hanno alcun posto. E se questo non dovesse avverarsi? Gaza è vista come un peso umano, economico e politico per ogni ipotetico Stato.

Il potenziale della Cisgiordania

La Cisgiordania rappresenta la parte più promettente della futura Palestina. Con una popolazione di 4 milioni, è caratterizzata da un’industria limitata a prodotti come olio d’oliva, pietre da costruzione e datteri, ma ha un notevole potenziale turistico, attrattivo per destinazioni come Betlemme e anche, se venisse garantito almeno un accesso, Gerusalemme. Tuttavia, di fatto, l’area è controllata da un complesso sistema amministrativo israeliano, dove le decisioni spettano a Israele e i palestinesi sono costretti ad adattarsi a uno spazio sempre più ridotto.

L’espansione delle colonie

Sin dalla prima amministrazione Netanyahu, nel 1996, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono aumentati a ritmo impressionante. Il meccanismo è piuttosto semplice; come descritto nel film vincitore di un Oscar No Other Land, un israeliano acquista un terreno, ci installa un caravan e richiede protezione. Israele espropria terreni e abitazioni palestinesi per costruire strade sicure contro potenziali attacchi terroristici. Nel tempo, il camper diventa un’abitazione permanente e viene dichiarato «colonia». Attraverso leggi, Israele incentiva i coloni ebrei, esentandoli dalle tasse, offrendo lavoro e concedendo licenze per armi (con 200mila coloni, si forma un esercito parallelo), costringendo i palestinesi a lasciare. Non importa se quell’area è considerata Cisgiordania e non Israele, come previsto dagli Accordi di Oslo. Il comando rimane in mano all’esercito israeliano.

Le conseguenze post 7 ottobre

A partire dal 7 ottobre, la situazione è drasticamente peggiorata. Per motivi di «sicurezza», Israele ha eretto cancelli in tutte le città della Cisgiordania. Ogni centro è sorvegliato da barriere che si aprono o si chiudono senza preavviso, costringendo gli abitanti a prevedere quali saranno aperti per spostarsi da un paese all’altro. È possibile che nessuno di essi sia accessibile. Quando ciò accade, i palestinesi non possono nemmeno tornare a casa. Fino a quando? Non c’è risposta. Chi comanda non parla arabo e non si preoccupa di comunicare; si tratta semplicemente di un’imposizione.

La crisi dell’ANP

La «Francia libera» di De Gaulle non aveva terra né esercito, tuttavia possedeva alleati e prestigio. L’amministrazione palestinese, guidata dal presidente Abu Mazen, è l’opposto. Mentre si vanta di una certa forza, in realtà controlla solo i palestinesi e perde gran parte del territorio, senza nessun alleato a sostegno. Non può definirsi un governo democratico; dopo la sconfitta elettorale del 2006 contro Hamas, ha rifiutato di riconoscere i risultati, dando inizio a un anno di conflitto interno. Quale Palestina si può realmente riconoscere? Quella forte, colorata e viva che esiste nei pensieri dei palestinesi. Esiste, davvero, ma ci vorranno generazioni e un impegno internazionale che attualmente sembra lontano per dare nuova vita a questo sogno.

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