Il ricordo di una madre: una lotta tra speranza e disperazione
Ci sono momenti che segnano la vita di una persona per sempre, cambiando la propria essenza. Per me, il 26 febbraio 1998, data della morte di mio figlio, è uno di questi giorni. Aveva soltanto vent’anni e morì colpito da un razzo Hezbollah alle 17.15 in territorio libanese. Pochi giorni dopo, ricevetti una lettera di condoglianze dal primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu. Nella missiva si affermava: «Non dimenticheremo mai cosa dobbiamo a Jonathan e agli altri valorosi soldati che hanno sacrificato la loro vita per la patria. Non ci daremo pace fino a raggiungere una giusta pace per il nostro Paese e la sicurezza per il nostro popolo», riporta Attuale.
Decisi allora di rispondergli, chiedendo quali fossero i suoi piani per garantire la sicurezza e una pace equa. Tuttavia, la sua assenza di risposta mi portò a un cambiamento radicale. La mia rabbia si trasformò in attivismo; cominciai a scrivere, a manifestare, rifiutando il cliché di triste accettazione atteso da una madre che ha perso un figlio. Cominciai anche a organizzare un sit-in di protesta davanti alla residenza presidenziale, inizialmente da sola.
Fu in quel contesto che incontrai per la prima volta il gruppo delle «quattro madri», un nome che rispecchiava perfettamente la crescita di una realtà assai più ampia: c’erano molte più madri unite. Insieme ci battemmo per il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, respingendo risposte superficiali e generiche. La nostra iniziativa ebbe successo.
Miracolosamente, il 17 maggio 1999, Ehud Barak fu eletto primo ministro e ordinò il ritiro dal Libano nei giorni 23 e 24 maggio 2000, mantenendo la promessa elettorale di porre fine alla presenza israeliana entro un anno dalla sua assunzione. Questa scelta rappresentò un passo significativo, benché da allora molto sia cambiato, tranne la figura di Netanyahu, descritto nel 1999 dall’ex premier Yitzhak Shamir come l’«angelo della distruzione».
In un contesto complicato, Netanyahu è attualmente impegnato in un processo per corruzione e abuso di potere, mentre il suo ufficio è accusato di collusione con il Qatar, il principale sostenitore di Hamas. L’angelo della distruzione sembra sempre più attaccato al potere, cinico e affiancato da una coalizione di radicali e ultra-ortodossi che ignorano il sacrificio dei nostri giovani mandandoli a combattere una guerra senza senso, consapevoli delle inevitabili perdite tra ostaggi e civili gazawi.
«Perché la protesta funzionò allora e oggi pare che nulla possa muovere il Premier di un millimetro?», ci interroghiamo. Alcuni sostengono che la situazione sia ormai perduta, con divisioni troppo profonde nella società che egli continua a sfruttare per salvare sé stesso. Tuttavia, ci sono ancora coloro che non si lasciano scoraggiare.
Le madri e i padri degli ostaggi non smetteranno di combattere fino all’ultimo respiro. Inoltre, una nuova coalizione di madri e donne si unisce per chiedere la fine della guerra, con un messaggio chiaro e univoco: «Uscire da Gaza!!». Costoro sono coloro che, da quasi due anni, trasformano le strade in un palcoscenico di protesta ogni sabato, sfidando le intemperie. Non si arrende chi sta cercando di organizzare uno sciopero generale per la prossima settimana e nemmeno chi pianifica le prossime elezioni, sperando che il premier non tenti di annullarle, sognando una coalizione inclusiva delle forze liberali, democratiche e dei rappresentanti dei cittadini palestinesi.
Io non mi arrendo. La disperazione non è un piano praticabile. E, in fin dei conti, questa è ancora una terra di miracoli.