La tragica morte di Anas Al Sharif e le sue implicazioni
Quando ci si rivolge a un palestinese chiedendo «di dove sei?», spesso la risposta non corrisponde necessariamente al luogo di residenza attuale, ma riflette invece la terra da cui la sua famiglia è stata costretta a fuggire durante la Nakba, il grande esodo forzato. Mahmoud Al Sharif, fratello di Anas, il reporter di Al Jazeera tragicamente ucciso insieme ad altri cinque colleghi in un raid israeliano, racconta che la loro famiglia proviene da al-Majdal, oggi parte di Ashkelon in Israele. «Nel 1948, i nostri antenati si stabilirono nel campo profughi di Jabalia, nel Nord della Striscia, dove Anas nacque e crebbe», riporta Attuale.
Mahmoud parla al telefono nel terzo giorno delle celebrazioni funebri per il fratello. Accanto a lui c’è Bihan, la moglie di Anas. «Chiedete pure qualsiasi cosa, nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso», afferma Mahmoud. Prima di descrivere chi fosse Anas, sente la necessità di rispondere alle accuse dell’esercito israeliano, che ha giustificato l’uccisione affermando che Anas fosse un «terrorista di Hamas». «È tutta una menzogna, non è mai stato così. È mera propaganda. La campagna contro di lui è iniziata un mese dopo l’inizio della guerra, perché non piaceva a Israele la sua notorietà. A dicembre, la nostra casa è stata bombardata e nostro padre è morto,» aggiunge.
L’esercito ha pubblicato uno screenshot di un messaggio in cui Anas sarebbe apparso a favore dell’attacco del 7 ottobre, accusandolo di guidare una cellula che lanciava missili, mostrando persino foto con il leader Yahya Sinwar. «Non era a capo di nulla: era un fotoreporter, un povero uomo di Gaza. Non un miliziano», sottolinea Mahmoud con commozione difendendo il fratello. «È doloroso sentire queste affermazioni su di lui, che ha vissuto la sua professione come una missione. Era uno dei pochi rimanenti a Nord, ucciso perché documentava la carestia». Mahmoud chiarisce che Anas non ha mai ricevuto pagamenti da alcun gruppo militante, come insinuato dai portavoce militari. Prima del conflitto, secondo quanto riferisce, partecipava solo come reporter a eventi politici della Striscia, inviando le sue immagini alle agenzie di stampa. «Questo non implica affiliazione», specifica.
La domanda che si pongono Mahmoud e Bihan è: «Perché l’IDF non ha preso di mira solo lui? Sapevano dove si trovava. Ha trascorso gli ultimi ventidue mesi nella tenda dei media, di fronte ad Al Shifa; avrebbero potuto arrestarlo e interrogarlo. Perché uccidere in questo modo? Come giustificano la morte degli altri cinque colleghi?». Inoltre, Bihan condivide una preoccupazione su una presunta polemica riguardante il suo cognome, Sinwar, affermando: «Voglio essere chiara: non sono parente dell’ex leader di Hamas, come qualcuno ha suggerito. Sinwar è un cognome comune qui».
Mentre Mahmoud si esprime con generosità, Bihan offre poche parole, lasciando che sia lui a narrare. La sua voce è rarefatta e timida, e si sente il dolore dietro ogni parola. «Mi fa male pensare che i miei bambini non cresceranno con il padre», afferma. Anas era il papà di Sham e Salah, rispettivamente di 4 anni e 15 mesi. «L’abbiamo visto l’ultima volta una settimana fa, mentre stava coprendo la storia dei camion degli aiuti bloccati e ci è venuto a trovare», racconta Bihan, rimasta a Nord di Gaza per stargli vicina. In questo conflitto, sono passati anche tre mesi senza che avesse visto Anas. Ora Sham esprime il desiderio di diventare giornalista come suo padre e chiedeva sempre che il cellulare fosse sintonizzato su Al Jazeera, riempiendo lo schermo di baci quando appariva Anas. «Mio fratello adorava i suoi bambini, era una persona allegra e molto dolce. Ha sempre avuto grandi ambizioni; aveva studiato Giornalismo e Comunicazione all’Università di Al-Aqsa. Sognava di lavorare a Doha e di essere parte della redazione centrale di Al Jazeera. Ma non avrebbe mai abbandonato Gaza durante la guerra». Domenica scorsa, i due fratelli hanno conversato per quaranta minuti. «Mi ha detto che avevano offerto di lasciar la Striscia, ma ha rifiutato».