Roma, 23 luglio 2025 – A ogni tempo la sua arte, a ogni arte la sua libertà. Negli anni della crisi economica e della disintermediazione, delle istituzioni in bilico e della social-mania, anche la cronaca giudiziaria si adegua. Spariscono (o quantomeno sono meno presenti, forse perché i denari scarseggiano?) le ‘mazzette’ tradizionali e la corruzione si palesa con una formula – “utilità non patrimoniale” – che apre orizzonti obliqui, riporta Attuale.
‘Classicamente’ ipotizzata per le prestazioni sessuali, ad esempio, per essere brutali. Ora per le prestazioni di “accresciuta popolarità e consenso”, per dirla con le parole dei magistrati di Pesaro che hanno indagato il candidato governatore del centrosinistra ed europarlamentare Matteo Ricci. Ma lo stesso vale a Milano con l’urbanistica che ha travolto la giunta Sala.
Pesaro, il terremoto chiamato ‘Affidatopoli’
A Pesaro il tema riguarda gli affidamenti del Comune, inquadrati sotto il cartello di ‘Affidopoli’ perché la mente torna sempre lì, alle indagini anni Novanta che hanno cambiato la storia repubblicana. Poi c’è il caso di Prato con la vicenda della sindaca Ilaria Bugetti, anche se con sfumature differenti, coinvolgendo l’articolo 318 del codice penale. A Torino, invece, incombe l’ombra della malversazione, coinvolgendo amministratori, prevalentemente del centrosinistra, in difficoltà. Già in passato si era tentato di chiudere questa stagione con l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio.
Ricci è accusato di aver ottenuto “una utilità non patrimoniale attraverso la realizzazione con modalità illegittime, di opere ed eventi pubblici di grande richiamo che conferiscono un’immagine di efficienza e efficacia dell’azione amministrativa e politica del sindaco, arrecando un rilevante beneficio in termini di accresciuta popolarità e consenso”.
Non si trattano dunque utilità economiche (contestate invece ad altri membri del gruppo): “L’abuso d’ufficio era già morto prima di essere abrogato, con le modifiche del 2020. Ora è risorto. O è in metamorfosi. Anzi, sta dilagando il meccanismo della fattispecie di corruzione. Chi ha in mano il potere d’accusa, ha in mano il potere finale”, afferma il professor Tullio Padovani, emerito di diritto penale e membro dell’Accademia dei Lincei. C’è, in un contesto generale, un’accusa “intrisa di un sentimento eticizzante”, continua Padovani, indipendentemente dal colore politico. Tuttavia, egli avverte che “in questo gioco, anche la politica si riduce. La politica asseconda quel gioco: pare che se un politico non sia colpevole, tutto va bene”. Ma, si chiede Padovani, “c’è un vasto terreno in mezzo: un atteggiamento penalmente non rilevante non equivale a una condotta politicamente accettabile”.
L’inchiesta di Milano
A Milano la situazione non è dissimile rispetto a Pesaro. Due domande rimangono senza risposte definitive: come si quantifica un’utilità non patrimoniale? E quali sono i limiti della corruzione? “Assistiamo a un riflesso pavloviano della magistratura inquirente, che affonda le radici nelle vicende di Tangentopoli: abrogato il reato di abuso d’ufficio, si cerca di colmare un presunto vuoto di tutela attraverso un’interpretazione estensiva di una fattispecie vigente, la corruzione – spiega Tommaso Guerini, professore di diritto penale –, che di fatto mira a creare una nuova e diversa fattispecie incriminatrice, contravvenendo al principio di riserva di legge e al principio fondamentale della separazione dei poteri”.
Non è un caso che questo dibattito emerga mentre si intensifica il dibattito sulla separazione delle carriere: “La mera separazione porterà a risultati deludenti – conclude Padovani –. Sono necessari altri due pilastri: una riflessione sulla responsabilità dei magistrati (non rigore, ma almeno un rilievo sulla carriera) e un controllo sull’azione penale, attualmente non solo incontrollata, ma anche discrezionale”.