Ribellione e federalismo in Iran: Mojtaba Khamenei nuovo leader
Un’imponente manifestazione si è svolta a Isfahan per celebrare l’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran, il quale ha ricevuto il titolo di ayatollah. Nonostante il fervore dei sostenitori, il nuovo leader non è ancora apparso in pubblico, alimentando speculazioni sulla sua sicurezza, riporta Attuale.
Nei giorni scorsi, la televisione iraniana ha trasmesso delle immagini che mostrano una folla festante nella piazza Imam, contrapposta ai suoni dei bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti. I manifestanti hanno scandito slogan contro l’Occidente, mentre le forze armate iraniane continuano a dimostrare la loro fedeltà al regime.
La popolazione iraniana ha risposto con entusiasmo all’elezione di Khamenei, chiudendo le fila attorno alla leadership nonostante l’incredibile clima di tensione e incertezze. Al grido di “Allahu Akbar” e “O morte o Khamenei”, i partecipanti alla manifestazione hanno evidenziato la continua coesione del regime in un momento critico.
È evidente che la manifestazione non ha visto solo partecipanti tradizionali del regime; tra la folla si notavano anche giovani con cappelli trendy, contrari all’obbligo del velo, segno di un Iran diviso, ormai più simile a un mosaico di opinioni contrapposte.
Mojtaba Khamenei, considerato il successore diretto del padre, è rimasto assente dalla scena pubblica, con voci che suggeriscono possa essere ferito. Eppure, gli iraniani non conoscono nemmeno la sua voce. Questa assenza solleva interrogativi sul futuro della leadership e sulla stabilità del regime.
La sicurezza di Khamenei è ora in seria discussione, poiché gli Stati Uniti e Israele lo considerano un obiettivo strategico. La sua ascensione non ha fatto altro che aumentare la pressione sul regime, con un appello alla resistenza piuttosto che alla capitolazione, anche di fronte a richieste esplicite di negoziazione da parte di potenze straniere.
Il nuovo leader ha ricevuto attestati di fedeltà da tutte le istituzioni statali, segno che il conflitto sulla successione è giunto a termine e che ora c’è un’unione tra chierici, politici e militari in vista della guerra. La retorica è chiara: “Chi sgarra è considerato un traditore e rischia la pena di morte.”