Nella fase avanzata della guerra contro l’Ucraina, il Cremlino ha intensificato l’uso sistematico di strumenti di guerra cognitiva come leva strategica non solo contro Kyiv, ma anche verso l’Occidente. Secondo un’analisi pubblicata da Foreign Policy il 1° agosto 2025, la Russia ha trasformato la guerra cognitiva in una delle sue principali armi d’influenza globale, puntando a rimodellare percezioni, decisioni politiche e la volontà d’azione di alleati e avversari.
A differenza della semplice propaganda, questa strategia agisce a livello profondo: manipola emozioni, semina dubbi, rallenta decisioni politiche e mina la coesione democratica. L’obiettivo non è la vittoria militare diretta, ma la paralisi psicologica e politica del nemico — fino al punto in cui sia quest’ultimo a scegliere di arrendersi.
Dalle conferenze alla diplomazia: una rete multidimensionale di influenza
La guerra cognitiva russa è una campagna strutturata su più livelli, che utilizza ogni canale comunicativo disponibile come vettore di narrazioni manipolative. Oltre ai media statali e ai contenuti falsificati, Mosca impiega strumenti più sofisticati: interventi diplomatici, conferenze internazionali, think tank, accademici filo-russi e presunti esperti indipendenti per rilanciare messaggi come “la fatica dell’Occidente”, “la necessità di compromesso” o “l’inutilità del sostegno a Kyiv”.
Il rapporto dell’Institute for the Study of War sottolinea che la Russia non diffonde semplicemente disinformazione: crea “trappole cognitive”, ovvero narrazioni che alterano il modo di pensare, orientando scelte e percezioni in modo funzionale agli interessi del Cremlino.
Un fronte invisibile ma strategico per minare la solidarietà democratica
La guerra cognitiva ha acquisito un ruolo centrale proprio nel momento in cui il sostegno occidentale all’Ucraina diventa più fragile. Dubbi politici in Europa, pressioni economiche e la crescente polarizzazione mediatica diventano terreno fertile per i messaggi “moderati” russi, che mascherano l’influenza sotto forma di “ragionevolezza”, “pace” e “compromesso”.
Secondo analisti, quando a Bruxelles o Berlino emergono esitazioni sulle forniture militari o sull’intensità delle sanzioni, si tratta di successi indiretti della guerra cognitiva: la Russia non deve più combattere per fermare il nemico — basta che questo rallenti, tentenni, si fermi da solo.
Il fronte interno: mantenere il potere attraverso la manipolazione
All’interno della Russia, la guerra cognitiva è altrettanto efficace. In un regime sempre più isolato e vulnerabile, Mosca impiega strategie cognitive non solo per mantenere l’illusione di stabilità, ma anche per mascherare debolezze strutturali: crisi economica, isolamento tecnologico e tensioni sociali. Più che repressione o propaganda classica, è la distorsione sistemica della realtà a garantire la sopravvivenza politica del Cremlino.
La dimensione globale: non solo Mosca, ma anche Pechino, Teheran e Pyongyang
Anche altri attori autoritari — come Cina, Iran e Corea del Nord — utilizzano operazioni cognitive per indebolire le democrazie e promuovere i propri interessi. Tuttavia, la Russia si distingue per la padronanza e l’esperienza accumulata: dalla manipolazione dell’opinione pubblica occidentale con RT, alla gestione di crisi diplomatiche tramite narrazioni falsate. In Europa, l’impatto è particolarmente incisivo grazie a reti politiche e mediatiche filo-russe, e al sostegno occulto a partiti euroscettici.
Tecnologia, eredità sovietica e disinformazione ibrida
La guerra cognitiva russa combina l’eredità delle operazioni segrete sovietiche con strumenti digitali avanzati. Social media, intelligenza artificiale, deepfake, eventi accademici pilotati: tutto viene utilizzato per costruire una realtà alternativa. L’obiettivo non è tanto fornire “un’altra verità”, quanto creare confusione e paralisi decisionale.
La Russia potrebbe non avere il peso economico o tecnologico delle grandi potenze, ma ambisce a dominare il campo del controllo mentale e percettivo. Ed è proprio questa ambizione che rende la sua guerra cognitiva una minaccia strategica che va contrastata non solo con sanzioni o armamenti, ma anche con resilienza informativa, alfabetizzazione mediatica e cooperazione istituzionale fra le democrazie.