Il 4 agosto 2025 il ministero degli Esteri russo ha annunciato ufficialmente la fine dell’adesione unilaterale al moratorio sul dispiegamento di missili a raggio intermedio e corto, segnando una nuova e allarmante escalation nella politica militare del Cremlino. Secondo la dichiarazione, pubblicata sul sito del ministero, la decisione è stata presa in risposta al presunto schieramento da parte degli Stati Uniti di sistemi terrestri analoghi in Europa e nella regione Asia-Pacifico. La notizia è stata confermata anche da un’analisi di Deutsche Welle sul crescente clima di confronto strategico tra Russia e Occidente.
Rottura dell’equilibrio post-Guerra fredda
Il passo indietro di Mosca rappresenta una rottura grave con il fragile sistema di controllo degli armamenti costruito dopo la Guerra fredda, in particolare con lo spirito del Trattato INF (1987–2019), da cui sia Russia che Stati Uniti si sono ritirati. La fine del moratorio mina i residui meccanismi di stabilità strategica e getta ombre sul futuro di altri accordi cruciali, come il trattato START, in scadenza nel 2026.
L’abbandono di ogni forma di autocontenimento comporta una minaccia diretta alla sicurezza europea e globale. I nuovi sistemi missilistici sviluppati da Mosca — come il 9M729 (SSC-8) e il RS-26 “Rubezh” — sono in grado di trasportare testate nucleari e colpire obiettivi in Europa nel giro di pochi minuti, riducendo drasticamente i tempi di risposta e aumentando il rischio di errori di calcolo o escalation accidentali.
Obiettivi tattici e uso operativo in Ucraina
Mosca giustifica il suo approccio accusando gli Stati Uniti di avere installato basi missilistiche terrestri in Europa e Asia. Tuttavia, la Russia stessa ha già dimostrato di testare attivamente queste capacità. Il 21 novembre 2024, un missile del tipo “Oreschnik” ha colpito Dnipro, segnalando l’impiego reale di tali sistemi in un teatro di guerra. Missili come l’“Iskander-M” o le versioni aggiornate del 9M729, secondo le valutazioni della NATO, hanno una gittata fino a 2500 km, ben oltre il limite dei 500 km previsto originariamente dal trattato INF.
Il potenziale schieramento di missili ipersonici e nuovi sistemi a lungo raggio presso i confini della NATO rappresenterebbe una minaccia strategica diretta non solo per l’Ucraina e gli Stati baltici, ma anche per le capitali europee. Tali mosse rafforzerebbero la capacità di pressione politica e militare di Mosca contro i Paesi che supportano Kyiv o collaborano attivamente con l’Alleanza Atlantica.
Cresce il rischio di destabilizzazione e crisi umanitarie
L’uscita dal moratorio e l’eventuale collocamento di nuovi complessi missilistici vicino ai confini europei non solo aumentano il rischio militare, ma espongono anche le popolazioni civili a possibili attacchi preventivi o accidentali. In caso di escalation, gli Stati confinanti con la Russia potrebbero affrontare nuove crisi umanitarie, ondate di sfollati e danni economici diffusi.
Le accuse rivolte da Mosca al cosiddetto “Occidente collettivo” rientrano in una strategia retorica volta a giustificare le proprie azioni e a evitare responsabilità dirette. Tuttavia, questo approccio alimenta solo la diffidenza reciproca e rafforza l’isolamento internazionale della Russia, che continua a sfidare apertamente le regole della sicurezza globale.