Circondato da critiche, il primo ministro ungherese ha presentato le sue priorità a Strasburgo: hub esterni per i migranti, mediazione tra Russia e Ucraina e “neutralità economica”
Leader forte e ‘idiota’, convintamente trumpiano e un po’ “vittima” della congiura europea, molto determinato su alcuni obiettivi, in particolare sul tema delle migrazioni. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha trasformato la sua presenza a Strasburgo in un grande show. La maggior parte degli eurodeputati lo ha criticato aspramente, creando anche appuntamenti paralleli alla plenaria del Parlamento europeo per denunciare l’indebolimento democratico in Ungheria. Orbán si è difeso in aula denunciando l’ipocrazia’ dell’Ue, cioè la dittatura dell’ipocrisia di governi e aziende europee. Quello che di norma è un rito di passaggio del capo del governo del Paese cui spetta il semestre europeo del Consiglio dell’Ue è diventato uno scontro aperto tra i banchi dell’Eurocamera.
Tra tanti punti di contrasto tra Budapest, Bruxelles e le altre capitali europee ce n’è uno però intorno al quale Orbán potrebbe raccogliere consensi: gli ‘hub per rimpatri’ dei migranti collocati nei Paesi extra-Ue. Un’idea non originale, che Bruxelles aveva battezzato con gli accordi con la Turchia e che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato con il trattato stipulato nei mesi scorsi con l’Albania. Esternalizzare le frontiere dell’Ue è la priorità della presidenza ungherese intorno alla quale Orbán proverà a riconquistare le alleanze e la fiducia dissipata negli ultimi anni.
Orbán sulla competitività e il rapporto Draghi
Sui temi economici, il leader ungherese di estrema destra ha iniziato criticando la scarsa competitività europea e citando il rapporto Draghi. “Condividiamo la diagnosi al 100%”, ha affermato, mentre risulta meno convinto in merito alle soluzioni. Quello che la presidenza ungherese intende perseguire è la “neutralità economica”. “Dobbiamo seguire i nostri interessi. Se desideriamo un’autonomia strategica dobbiamo avere neutralità economica. La nostra proposta è che l’Europa deve fare i propri interessi non quelli degli Stati Uniti né della Cina”. Il primo ministro ha sottolineato anche gli investimenti troppo esigui in Ricerca & sviluppo rispetto a Pechino e Washington, e gli oneri amministrativi troppo elevati per le imprese.
Poi è passato all’attacco, definendo “assurde” le decisioni di Bruxelles riguardo le auto cinesi, sottolineando come solo dieci Stati membri abbiano sostenuto l’introduzione dei dazi aggiuntivi per i veicoli della Repubblica popolare. Ha classificato l’operazione come una “punizione” nei confronti di Pechino. “Questi dieci Paesi non sono la maggioranza della popolazione”, ha evidenziato Orbán. “Un dazio che dovrebbe servire per proteggere l’industria in realtà i produttori di auto non lo vogliono”, ha aggiunto.
L’appoggio alla Serbia e a Trump
Sul tema dell’allargamento ha ribadito la sua vicinanza alla Serbia governata dall’alleato Aleksandar Vučić, anche lui in bilico tra blocco occidentale e la corte del presidente russo Vladimir Putin. “Senza Balcani l’Europa non sarà completa. L’abbiamo promesso a loro 20 anni fa. L’allargamento deve essere basato sì sul merito, ma senza la Serbia non sarà possibile l’allargamento ai Balcani occidentali”, ha dichiarato il primo ministro ungherese. Sulle presidenziali americane Orbán non ha dubbi: “Stappo delle bottiglie se Trump vince”, ha affermato, parafrasando poi lo slogan delle scorse elezioni del tycoon statunitense: “Make Europe great again”. La situazione negli Stati Uniti ha dato poi il “la” alla sua visione rispetto alla risoluzione del conflitto in Ucraina, che in questi due anni è stato il vero punto dolente dei suoi rapporti con Bruxelles e con gli altri leader europei.
Sul sostegno all’Ucraina da parte di Budapest
Il leader di Fidesz ha difeso la posizione assunta dal suo Paese riguardo il supporto fornito a Kiev. “L’Ungheria ha lanciato il più grande programma umanitario per aiutare l’Ucraina, dando accoglienza a tutti i rifugiati. Ancora oggi abbiamo migliaia di persone che vivono in Ungheria. Abbiamo aperto scuole in lingua ucraina per loro”, ha messo in evidenza Orbán. Poi è passato alla questione più strettamente militare.
“La discussione è su quale sarebbe il comportamento ragionevole dell’Ue in questo conflitto. Noi pensiamo che bisogna concentrarsi sul cessate il fuoco. Siamo convinti che non si possa vincere la guerra sul campo di battaglia. Se non c’è una politica sottostante non si fa altro che perdere”, ha ribadito l’ungherese, che in questi mesi si è messo varie volte di traverso rispetto alla concessione di fondi europei in favore di Kiev.
Orbán il “diplomatico”
Riguardo l’atteggiamento dei due Stati in conflitto ha messo in evidenza: “Entrambi i leader in Ucraina e Russia non sono pronti a optare per la pace, pensano che il tempo sia dalla loro parte, non vogliono un cessate fuoco, vogliono tutti e due vincere e questo non è nell’interesse dell’Europa”. La proposta di Orbán è creare un patto congiunto, che includa Ue, Cina e Brasile, in grado di influenzare i due Paesi ad arrivare ad un cessate il fuoco. Nell’attesa che si concretizzi questa soluzione, secondo Orbán, il sostegno militare all’Ucraina dovrebbe restare una decisione dei governi nazionali, escludendo quindi i vincoli tra Stati membri.
La priorità di Orbán: gli hub per i rimpatri dei migranti
Le idee sono molto chiare anche sul tema dei migranti, uno dei cavalli di battaglia di Orbán. Su questo punto il primo ministro ungherese è totalmente allineato a sua “sorella” (come lui l’ha definita) Giorgia Meloni. “La migrazione può essere fermata solo in un modo e sono gli hot spot esterni. Bisogna accordarsi sul fatto che chi vuole entrare in Ue deve fermarsi prima di entrare e deve richiedere un permesso e quando e se il permesso gli viene fornito può entrare”, ha chiarito. “L’unico migrante che non rimane è quello che non può entrare perché non conosco nessun governo che vuole prenderli e metterli in un mezzo e farli uscire. Chi entra poi non esce più”, ha affermato. Orbán sa bene che lo spostamento a destra delle politiche migratorie è in atto da tempo e che troverà un terreno fertile su questa posizione.
“Mi chiamano ‘idiota’ dal 2015, ma tutti saranno d’accordo con gli hot spot esterni. È chiaro che il sistema di asilo europeo non funziona. Conseguenze della migrazione sono state l’aumento dell’antisemitismo, l’aumento della violenza sulle donne e dell’omotransfobia”, ha detto Orbán. L’obiettivo dell’Ungheria è di esternalizzare in maniera ancora più sistematica le frontiere dell’Ue. L’alternativa, secondo l’esponente di Fidesz, è la rinuncia a Schengen, il patto che ha garantito in questi anni la libera circolazione delle persone negli Stati dell’Ue. Orbán potrebbe trasformarla in un arma di ricatto per ridurre le (poche) resistenze sugli hot spot esterni per i migranti.