Il 13 novembre 2025 il Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) ha pubblicato un’analisi secondo cui cinque maggiori importatori di combustibili fossili russi nell’UE — Ungheria, Slovacchia, Francia, Belgio e Romania — hanno complessivamente pagato 938 milioni di euro per forniture di petrolio e gas a ottobre. Due terzi della somma riguardano il gas naturale, non ancora soggetto a sanzioni europee e fornito tramite gasdotti o come GNL. La restante parte è legata al petrolio, ricevuto da Ungheria e Slovacchia attraverso la diramazione meridionale dell’oleodotto Druzhba grazie a un’esenzione europea. Secondo il rapporto mensile di CREA, l’Ungheria è risultata il maggiore acquirente, con 258 milioni di euro, seguita dalla Slovacchia con 210 milioni.
Impatto delle sanzioni e limiti dell’attuale pressione economica
Negli ultimi mesi l’UE e gli Stati Uniti hanno approvato nuove misure contro il petrolio e il gas russi. Dal 22 novembre entreranno in vigore le sanzioni americane su Rosneft, Lukoil e decine di controllate, mentre Bruxelles ha adottato il 19º pacchetto con restrizioni al “flotta ombra” che trasporta greggio russo e nuove misure legate all’importazione di GNL. Restano previsti piani per eliminare del tutto gli acquisti energetici dalla Russia entro il 2027. A ottobre le entrate russe da esportazioni fossili sono diminuite del 4%, scendendo a 524 milioni di euro al giorno, il livello più basso dall’inizio dell’invasione su larga scala.
Ricavi energetici come pilastro del bilancio russo
Export di petrolio e gas restano componenti fondamentali del bilancio russo e finanziano direttamente la guerra contro l’Ucraina. Nonostante le sanzioni, diversi Stati dell’UE e del Sud globale continuano ad acquistare energia russa, sostenendo indirettamente le capacità militari di Mosca. La riduzione dei ricavi russi, pur significativa, non è ancora sufficiente a fermare il flusso di finanziamento verso l’apparato bellico.
Necessità di rafforzare meccanismi di controllo e price cap
Secondo gli esperti, per aumentare l’efficacia delle restrizioni occorre rafforzare le sanzioni esistenti, abbassare il tetto massimo ai prezzi del petrolio e chiudere le numerose scappatoie. Il GNL russo, ancora consentito nell’UE, resta una via aperta che permette a Mosca di incassare profitti sostanziali. Inoltre, le esportazioni verso India, Cina e altri paesi tramite intermediari rappresentano un margine di aggiramento difficile da contenere senza una strategia globale coordinata.
Esenzioni europee e dipendenza strutturale
Ungheria e Slovacchia continuano a beneficiare dell’eccezione relativa al petrolio via Druzhba, mantenendo così una dipendenza energetica significativa dalla Russia. Questo indebolisce la coesione del fronte europeo e prolunga l’influenza economica di Mosca nella regione. Il recente accordo con gli Stati Uniti, che ha concesso a Budapest un ulteriore anno di deroga sulle forniture, permette all’Ungheria di mantenere temporaneamente gli attuali flussi energetici, ma non risolve la sua vulnerabilità strategica.
Tendenze globali e calo della domanda asiatica
La progressiva riduzione degli acquisti russi da parte di India e Cina, timorose delle sanzioni secondarie statunitensi, potrebbe colpire duramente il bilancio del Cremlino. Se la tendenza proseguirà, rafforzerà l’effetto complessivo delle misure occidentali e limiterà ulteriormente l’accesso della Russia ai ricavi energetici.
Verso un nuovo pacchetto europeo e contrasto alla “flotta ombra”
L’UE discute ora il 20º pacchetto di sanzioni, che potrebbe includere divieti sull’importazione di GNL russo e misure più severe contro la flotta ombra utilizzata per eludere restrizioni. Il controllo sui trasportatori, il divieto di assicurazione e finanziamento di navi coinvolte in pratiche evasive e il monitoraggio dei destinatari finali sono considerati passi cruciali per evitare che le sanzioni restino solo sulla carta.