Persistente Incertezza Geopolitica Spinge i Prezzi del Petrolio
Nonostante le esportazioni di petrolio dai paesi del Golfo Persico siano aumentate negli ultimi mesi, superando i livelli precedenti l’inizio della guerra in Medio Oriente, il prezzo del greggio rimane elevato, attestandosi attorno ai 96 dollari al barile, rispetto ai 60 dollari di dicembre 2025. Anche i costi della benzina e del gasolio per i consumatori finali restano alti in molti paesi, compresi gli Stati Uniti e l’Italia, dove le fluttuazioni dei prezzi sono influenzate anche da fattori fiscali, riporta Attuale.
Le ragioni di questa situazione complessa e costosa sono molteplici. Prima di tutto, l’incertezza legata alla guerra continua a influenzare il mercato. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran persistono, con attacchi sporadici attorno allo stretto di Hormuz, mentre in Yemen è ripresa la guerra civile tra il governo e la milizia Houthi, schierata con Teheran, che colpisce anche l’Arabia Saudita.
Negli Stati Uniti, dopo la storica vittoria dei Democratici alle elezioni di metà mandato, le quotazioni del petrolio hanno registrato un calo per la prima volta in settimane. I mercati sperano che tale sconfitta stimoli l’amministrazione di Donald Trump a considerare la fine della guerra, tuttavia, gli analisti avvertono che l’attuale amministrazione si trova in una posizione difficile e potrebbe non essere in grado di agire rapidamente.
L’incertezza ha anche spinto a un aumento dei costi delle assicurazioni per le navi che transitano attraverso Hormuz, con premi che possono arrivare fino al 10% del valore dello scafo. Inoltre, gli stipendi degli operatori marittimi sono aumentati drasticamente, dai 15.000 dollari precedenti alla guerra fino a 100.000 dollari al mese, secondo il Financial Times. Questi costi aggiuntivi si riflettono inevitabilmente nei prezzi finali dei prodotti per i consumatori.
Un secondo fattore chiave risiede nelle capacità militari dell’Iran. Negli ultimi mesi, i paesi del Golfo hanno ripreso a esportare carburanti attraverso Hormuz grazie alla protezione militare fornita dagli Stati Uniti, che coordinano il passaggio delle navi su rotte sicure. Tuttavia, le nuove tattiche dell’Iran, inclusi droni sottomarini e mine magnetiche, hanno complicato ulteriormente la situazione.
I regimi iraniani hanno dimostrato di saper utilizzare strategie di guerra asimmetrica con efficacia, come dimostrato nel conflitto con la cosiddetta “flotta delle zanzare”, utilizzando piccole imbarcazioni e droni per attaccare mercantili in modo più agile rispetto a navi da guerra. Secondo la marina britannica, ottimista nei suoi rapporti, ottobre ha registrato un numero record di attacchi nello stretto di Hormuz, con 35 incidenti comunicati, il cui obiettivo non è tanto distruggere le petroliere, quanto instillare timore tra gli armatori.
Questi attacchi hanno costretto i paesi del Golfo a esplorare vie alternative per le esportazioni di petrolio, aumentando i costi; tra queste, l’oleodotto Habshan-Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, che bypassa lo stretto. A settembre, il 40% del petrolio è transitato attraverso queste vie alternative, rispetto al 17% precedente alla guerra.
Un terzo elemento significativo è rappresentato dalla Cina, che svolge un ruolo cruciale nel mercato globale del petrolio. Tradizionalmente, la Cina è il maggiore importatore al mondo, ma la guerra ha alterato le sue dinamiche, costringendola a limitare le importazioni inizialmente. Tuttavia, da luglio, la Cina ha ripreso le importazioni di greggio, assorbendo parte dell’eccesso di petrolio proveniente dal Golfo Persico, il che ha contribuito a mantenere i prezzi sotto controllo.
Infine, le scorte strategiche di petrolio hanno temporaneamente compensato la scarsità di offerta. Con il mercato previsto in deficit fino alla fine dell’anno, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, le pressioni sui prezzi rimarranno elevate. Le incertezze geopolitiche e le dinamiche di domanda globale continueranno a influenzare significativamente il settore energetico.