Pokrovsk, la «porta del Donbass» in lotta: «I russi sono dentro»

23.07.2025 14:35
Pokrovsk, la «porta del Donbass» in lotta: «I russi sono dentro»

FRONTE DI POKROVSK – «Ti ricordi quel parchetto con gli ombrelli colorati per le foto da postare su Instagram? E la stazione con le panchine sotto gli alberi dove stavamo seduti al fresco? E le babushke che vendevano fiori in piazza, vicino al ristorante Corleone?» Non esiste più da un anno. Pokrovsk, un tempo centro nevralgico per gli aiuti umanitari e militari, ora è un campo di battaglia. Assediata, bombardata e ferita profondamente, come altre città del Donbass, questa località sta contando le sue ultime ore e il suo respiro si fa sempre più debole, riporta Attuale.

«Desidero solo vivere la mia vita in pace, accanto a mia figlia. Eppure, sono qui a combattere. Prima o poi arriverà l’ordine di ritirarci per evitare ulteriori perdite», confessa Vadym, comandante della 25esima brigata d’assalto. Questo giovane, che non ha ancora raggiunto i trent’anni, continua ad addestrare i suoi uomini per inviarli al fronte, consapevole che molti di loro non torneranno. «Abbiamo rispetto per la vita umana. Nella città sono rimasti principalmente collaborazionisti russi, nascosti e con riserve di cibo e acqua. Non li eliminiamo, anche se sarebbe facile farlo. Ma i loro comandanti non esitano a colpire i militari feriti, trattandoli come animali».

Il punto più caldo del fronte

In una radura, tra i campi di lavanda, un T-80 sovietico ruggisce mentre manovra. «La Bestia» mostra la sua potenza, calpestando la natura durante l’operazione. All’interno, non c’è nemmeno un minimo spazio per respirare, figuriamoci per sognare la fine di questa guerra. Igor, un giovane di Borodjanka, prepara un colpo. «Armata», urla. E il proiettile parte vicino al suo viso. Indossa un casco risalente all’epoca sovietica. «Se avessimo più carri americani, i russi ne avrebbero già vista la fine da lontano», afferma, mentre un Bradley americano si avvicina, suscitando speranze ma anche timori per i feriti a bordo.

Il capo di stato maggiore Oleksandr Syrsky ha dichiarato che il fronte è diventato il più critico, con 110.000 soldati russi ammassati. «Se vi etichettano come nazisti, non credeteci. Siete capaci di distinguere tra bene e male». Il rabbino Jacob, giunto da Dnipro con doni e scritture tradotte, cerca di elevare il morale delle nuove reclute schierate. La situazione per Pokrovsk, ora sotto attacco, è critica. Le forze russe sono riuscite a penetrare grazie agli informatori locali e la situazione appare sempre più incerta.

Il segnale nemico

Per arrivare a Dobropillia si procede con cautela. I droni russi pattugliano la viabilità, aspettando il momento giusto per attaccare (militari o civili, non fa differenza). La sicurezza dei mezzi è garantita solo da sistemi di disturbo per il segnale nemico. «La settimana scorsa hanno colpito un supermercato in pieno pomeriggio», racconta un passante, avvertendo di tornare indietro mentre il terreno trema per le esplosioni vicine.

L’ultimo checkpoint

All’ultimo checkpoint, l’agente dell’intelligence ucraina ferma il veicolo. È appena giunta la notizia che i russi sono penetrati nel quartiere. «Non possiamo permetterci di avere altre perdite. Il posto di blocco è necessario per mezzi militari e di soccorso», implora l’agente. Ma il fumo nero si alza alle spalle, indicando che la situazione è drammatica. «Le squadre d’assalto russe entrano grazie agli informatori, ma i nostri stanno cercando di riconquistare l’area», spiega.

Recentemente, i russi hanno rilasciato un video che mostra la devastazione di un pick-up di soldati ucraini, un messaggio inquietante sulla necessità di ritirarsi: «Se non ve ne andate vi ammazziamo uno per uno». Ora il centro logistico dell’Est è Pavhlograd, che deve sostenere il peso di difendere la regione di Dnipropetrovsk. L’area è segnata da trincee profonde e filo spinato che si intrecciano con i girasoli gialli di questa continua guerra.

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