Proposta di Trump per la Striscia di Gaza: si discute una forza di stabilizzazione internazionale
Il piano di pace del presidente statunitense Donald Trump per la Striscia di Gaza include la creazione di una “Forza di stabilizzazione internazionale” (ISF), composta da truppe di vari paesi, destinata a garantire il cessate il fuoco. La missione avrà l’obiettivo di mantenere la pace fino a quando Hamas sarà disarmato e Gaza sarà ricostruita, in grado di gestire un governo autonomo, condizioni decisamente complesse, riporta Attuale.
La scorsa settimana, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono iniziati i negoziati su una risoluzione proposta dagli Stati Uniti, che prevede un mandato di due anni per la ISF, con termine fissato al 31 dicembre 2027. Questa richiesta da parte dell’amministrazione Trump, solitamente critica nei confronti dell’ONU, è stata sollecitata su richiesta degli alleati arabi, i quali avranno un ruolo cruciale nella missione.
La ISF avrà molteplici compiti: proteggere i civili e le operazioni umanitarie; vigilare sui confini tra la Striscia di Gaza, Israele e l’Egitto; addestrare una nuova forza di polizia palestinese e garantire la demilitarizzazione della Striscia, incluso il disarmo di Hamas. Ciò comporta che la ISF avrà un compito nettamente più complesso rispetto a quello delle forze multinazionali solitamente impiegate in contesti di crisi, dovendo non solo monitorare un processo di pace già avviato, ma affrontare attivamente la creazione di una nuova struttura di pace.
Secondo la risoluzione, la ISF potrà adottare «tutte le misure necessarie» per l’attuazione del suo mandato, il che implica l’utilizzo della forza militare, necessario per portare a termine l’arduo compito di disarmare Hamas e altri gruppi militanti, come il Jihad Islamico. Attualmente, Hamas non ha manifestato intenzione di rinunciare alle armi, rendendo difficile una risoluzione pacifica della crisi.
In un’intervista rilasciata alla BBC, il re Abdullah II di Giordania ha avvertito che una missione di questo tipo risulterebbe estremamente complicata, e molti paesi potrebbero ritirarsi dalla partecipazione, temendo per la sicurezza delle loro truppe. La possibilità di operare in situazioni di combattimento attivo potrebbe rivelarsi un deterrente.
Sebbene l’Egitto sembri destinato a guidare la ISF, non è chiaro quali altri paesi parteciperanno. Tra quelli che hanno dimostrato disponibilità per inviare truppe figurano Azerbaigian, Indonesia e Turchia. Tuttavia, Israele sta esercitando pressioni per impedire la partecipazione delle truppe turche, per timore di una crescente influenza di Erdogan, vicino ai Fratelli Musulmani, e per la competizione regionale in atto con le forze armate turche.
Anche alcuni paesi europei, inclusa l’Italia, hanno dichiarato la propria disponibilità a contribuire alla stabilizzazione di Gaza; resta, però, da chiarire se parteciperanno direttamente alla ISF o si limiteranno a operazioni umanitarie e logistiche. Gli Stati Uniti, fin da subito, hanno dichiarato di non voler inviare soldati.
Per l’approvazione della risoluzione degli Stati Uniti, è necessario che nove dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza votino a favore, senza alcun veto da parte dei cinque membri permanenti. Il successo della missione dipenderà anche dalla stabilità del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, attualmente attivo da un mese, ma già soggetto a rilievi di fragilità.
La ISF sarà sotto il comando di un “Consiglio di pace”, presieduto da Trump, che supervisionerà una “commissione palestinese tecnocratica e apolitica”, incaricata della gestione quotidiana della Striscia. L’obiettivo finale è quello di trasferire il governo della Striscia dall’Autorità Nazionale Palestinese, attualmente riconosciuta a livello internazionale e già operante in parte della Cisgiordania, al termine di un programma di riforme non meglio specificato. È importante notare che la creazione di uno stato palestinese non è menzionata nella risoluzione dell’ONU.