Un messaggio mirato oltre il campo di battaglia
Il lancio dell’“Oreshnik” non è stato concepito come un’azione militare tattica contro l’Ucraina, ma come un segnale politico diretto a Washington. La narrativa dell’“attacco dei droni alla residenza” non era destinata né all’opinione pubblica russa né a Kiev. L’obiettivo era costruire l’immagine di una risposta forzata, capace di rimettere in moto una dinamica già nota: entrambe le parti escalation, necessità di fermarsi, ritorno al tavolo negoziale con il coinvolgimento degli Stati Uniti.
Questa impostazione, tuttavia, non ha prodotto l’effetto sperato. L’“Oreshnik” non rientra nella categoria delle reazioni impulsive, ma indica una pianificazione anticipata. I servizi di intelligence statunitensi e della NATO ne hanno colto la natura. Quando Washington e le capitali europee hanno segnalato pubblicamente di non credere a questa versione, il Cremlino ha comunque proceduto, mostrando una disponibilità all’escalation anche in presenza di un’uscita diplomatica ancora aperta.
La risposta americana e il cambio di quadro strategico
La decisione degli Stati Uniti di aumentare la produzione dei missili Tomahawk non riguarda un eventuale trasferimento a Kiev. È un segnale di portata più ampia e più sensibile. Il Tomahawk non è uno strumento ucraino, ma un assetto strategico americano, integrato nella propria architettura di deterrenza e proiezione di forza.
L’incremento produttivo indica che Washington sta ampliando il proprio perimetro di prontezza militare. Questo passaggio suggerisce che negli Stati Uniti sta venendo meno la fiducia nella capacità di Mosca di mantenere il conflitto entro limiti gestibili. Il confronto viene progressivamente spostato da una logica di proxy limitato a una fase di preparazione strategica più rigida.
La scelta del Cremlino e il costo politico
Il presidente russo era consapevole di questa lettura. Sapeva che né Donald Trump né i leader europei avevano accettato la versione presentata. Nonostante ciò, ha autorizzato il lancio, scegliendo deliberatamente una strategia di rilancio invece che di negoziazione. In questo gioco, tuttavia, la Russia dispone di meno risorse, di una base industriale più ridotta e di un numero limitato di alleati rispetto agli Stati Uniti.
Esisteva una finestra per un accordo. In una fase in cui Washington esercitava pressione su Kiev, l’Europa mostrava segni di stanchezza e l’Ucraina affrontava carenze di munizioni, il Cremlino avrebbe potuto congelare il conflitto, consolidare le posizioni occupate e avviare una trattativa. Il ricorso all’“Oreshnik” ha chiuso quella finestra.
Una nuova logica a Washington e Bruxelles
Dopo questo passaggio, l’approccio occidentale sta cambiando. Con un interlocutore percepito come incline a sfruttare ogni pausa per una nuova escalation, fissare uno status quo appare sempre meno sostenibile. La questione non è soltanto l’eventuale aumento delle forniture militari all’Ucraina.
L’esito più critico per il Cremlino è un altro: gli Stati Uniti stanno iniziando a prepararsi non a un compromesso imminente, ma a un conflitto di lunga durata. Quando la maggiore economia mondiale accelera il proprio complesso militare-industriale, significa che un livello fondamentale di fiducia strategica è venuto meno. In questo momento, quella fiducia è stata persa da Mosca.