Iniziata la raccolta firme per il referendum sulla riforma giudiziaria
È iniziata ieri la duplice raccolta delle firme parlamentari necessarie per sottoporre a referendum la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pm proposta dal governo e approvata in duplice lettura dalla due Camere. Obiettivo 80 firme alla Camera e 40 al Senato, ovvero un quinto dei parlamentari, come richiesto dall’articolo 138 della Costituzione. A Montecitorio la maggioranza è già a metà, mentre l’opposizione ha superato la prima decina. Ma entrambi gli schieramenti contano di chiudere con successo la raccolta, come accadrà, riporta Attuale.
Il centrodestra investe sul suffragio popolare per la riforma dell’autogoverno togato, simbolo soprattutto per Forza Italia. La premier Giorgia Meloni evita, per ora, un contenzioso sulla complessa questione della forma di governo, consapevole che il premierato si è rivelato problematico, complicando i rapporti con il Quirinale. L’opposizione, pur esprimendo preoccupazioni sull’indipendenza della magistratura e la democrazia, deve affinare i toni e le modalità della propria campagna.
Sia Meloni che la leader del Pd Elly Schlein mirano a mantenere le distanze da possibili conseguenze negative del voto. Secondo un parlamentare dem, “nelle ultime due settimane la campagna precipiterà comunque nel duplice giudizio sull’azione del governo e dell’opposizione, su Meloni e Schlein”, con la premier, ad oggi, in una posizione avvantaggiata secondo i sondaggi.
Meloni, però, è decisa a mantenere il proprio destino separato da quello della riforma. Ha lasciato che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, partecipi a talk show per esprimere la sua avversione al sistema correntizio delle toghe italiane: “Più si espongono politicamente, più perdono davanti ai cittadini la credibilità di imparzialità”.
Schlein ha inizialmente adottato una posizione di critica, denunciando un attacco autoritario, ma non tutto il Pd condivide questa strategia. Romano Prodi ha avvertito riguardo a semplificazioni, invitando il partito a riflettere sulle vere questioni italiane. La segretaria sostiene che il partito sia unito sul No, ma storicamente anche la Dc di Amintore Fanfani si oppose al divorzio, che lo costrinse a dimettersi.
Le minoranze interne al Pd esprimono obiezioni, suggerendo che la riforma sia solo un “specchietto per le allodole”. Alcuni membri, come Luciano Violante, si oppongono al rafforzamento dei poteri dei pm. Tuttavia, personalità dem come Goffredo Bettini ed Enrico Morando, insieme ad ex ministri, si sono schierati a favore del sì.
Dopo le elezioni regionali di fine mese, le minoranze riformiste chiedono una riunione della Direzione nazionale per definire la strategia sul referendum: partecipazione o creazione di comitati, modalità della campagna, e considerazione del sentimento popolare riguardo all’operato della magistratura. Ogni scenario futuro, inclusi possibili congressi, rimane aperto.
Mah, ‘sta situazione della riforma giudiziaria è da far venire i brividi! La separazione delle carriere pare più un gioco politico che un reale bisogno di giustizia… E Meloni che si tiene alla larga dai guai, ma a noi che ce ne frega? Fosse per me, lascerei le cose come stanno, tanto le promesse in Italia sembrano sempre finire male!