Il Festival del Lamento: una celebrazione della lamentela collettiva in Calabria
Che bello, lamentarsi. In questi tempi cupi, oltretutto, c’è solo l’imbarazzo della scelta, fra guerre, dazi, delitti forse insoluti da vent’anni, la Nazionale che non va, la tivù inzeppata di repliche, le coppie scoppiate (anche Bova-Rocìo dopo Totti-Blasi e i Ferragnez!) e altre calamità pubbliche e private. E poi: fa caldo, fa freddo, fa tiepido, non ci sono più le mezze stagioni, signora mia, e in ogni caso si stava meglio quando si stava peggio, ma non diciamolo troppo perché al peggio non c’è mai fine e, una volta toccato il fondo, tocca pure scavare, ahi ahi, riporta Attuale.
Altro che “Il libro delle lamentazioni” del profeta Geremia, l’”Historia calamitatum mearum” di Pietro Abelardo, le “Tenebrae” del grande Carlo Gesualdo, principe di Venosa: nessuno è più lagnoso degli italiani in vena di gemiti. Anzi, sì: i calabresi. Perché, diciamolo, laggiù ti immagini subito vedove nerovestite, processioni con Madonne trafitte da innumerevoli spade, inefficienze assortite, e recriminazioni per provvidenze invano attese dai tempi dei Borbone. D’altronde, pare che l’intercalare locale più usato sia “Guai!”, così, a prescindere: “Guai, che tempo fa?”.
Da tre anni, agli stereotipi reagiscono ironicamente a Soveria Mannelli, un comune di tremila abitanti in provincia di Catanzaro verso la Sila, dove un gruppo di intellettuali della Magna Grecia ha organizzato il “Festival del lamento“, un evento di quattro giorni che ha preso avvio ieri, “per trasformare i lamenti individuali in un’esperienza collettiva”.
Quest’anno il tema scelto è “Spa-tur-nà-ti”, un aggettivo dialettale che, secondo Gaetano Moraca, l’ideatore del Festival, rappresenta una tipica sindrome locale: quella di sentirsi “figli di nessuno”, dimenticati da chi dovrebbe prendersi cura di noi. A queste latitudini, spesso si comincia a credere di essere dannati, di non meritare nulla, e così ci muoviamo verso altre terre per dimostrare il nostro valore, finendo per sentirci senza casa, senza patria.
In questa valle di lacrime, il Festival diventa quindi un grande rito collettivo e comunitario, strutturato in tre momenti chiave quotidiani: le “Lamentazioni serali”, dove ci si lamenta pubblicamente attraverso talk e dibattiti; i “Refrigeri”, momenti di conforto con cibo e bevande, come a dire: dopo il confronto, ci si consola; e infine gli “Epicedi”, per esorcizzare il dolore mediante musica, danze e persino risate (che, di per sé, sono un modo per convivere con il lamento).
E per i bambini, naturalmente, ci sono i “piccoli lamenti”, affinché crescano preparati ad affrontare la vita, mantenendo vive anche le tradizioni ancestrali. Tra gli ospiti, troviamo la giornalista Annalisa Camilli, che affronta i lamenti legati ai conflitti, il poeta e “paesologo” Franco Arminio, che parlerà dello spopolamento delle aree interne, e il comico Davide Calgaro, che porterà sul palco le insoddisfazioni della generazione Z. Non mancheranno concerti, il balletto “Stuporosa” di Francesco Marilungo, che rivisita le ritualità del lamento funebre studiate da Ernesto De Martino, laboratori, incontri e momenti di convivialità, sperando di soddisfare il palato con ottimi piatti tipici.
In sintesi, come afferma Moraca, si tratta di “un esercizio di compassione”, un sentimento nobile ma spesso dimenticato. Una potenziale consolazione potrebbe essere pensare che, in ogni momento difficile, ci sarà sempre qualcuno che sta peggio di noi. Infatti, come diceva Balzac (o almeno credo fosse lui), il mondo è un ospedale dove tutti sono convinti di stare meglio se solo potessero cambiare letto.