Durante il vertice NATO, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha incontrato personalmente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, segnando un’inattesa svolta nel suo approccio alla guerra in Ucraina. Nonostante l’assenza di una conferenza stampa congiunta, Trump ha definito Zelensky “molto gentile” e ha riconosciuto la complessità del suo ruolo, introducendo un tono più pragmatico rispetto alle sue precedenti dichiarazioni scettiche.
Svolta nella retorica USA
Nelle sue dichiarazioni pubbliche post-incontro, Trump ha indicato che “l’Ucraina ha bisogno di armi” e ha ventilato la possibilità di forniture di missili Patriot, segnando una svolta rispetto alla sua linea storicamente ambigua. Ha inoltre ribadito l’intenzione di avviare negoziati con Vladimir Putin per “porre fine alla guerra”, sostenendo che “il momento è favorevole”.
Questo cambio di registro ha suscitato reazioni miste tra gli analisti: se da un lato evidenzia un riavvicinamento diplomatico, dall’altro preoccupa per il rischio che Trump possa ridurre il conflitto a un accordo bilaterale, sottovalutando le mire geopolitiche del Cremlino.
L’Ucraina ora al centro della difesa NATO
Per la prima volta dall’inizio della guerra, nei documenti ufficiali del vertice, gli aiuti a Kyiv sono stati riconosciuti non come “atto di carità”, ma come parte integrante della sicurezza collettiva dell’Alleanza. Il nuovo status attribuito all’Ucraina la posiziona come un partner essenziale nella futura architettura difensiva europea.
Nel comunicato finale, la Russia è stata formalmente definita una “minaccia a lungo termine” — un’espressione finora evitata da alcuni Stati membri. Anche paesi storicamente riluttanti, come Ungheria e Slovacchia, e lo stesso Trump, hanno appoggiato questa definizione, sottolineando una crescente convergenza strategica all’interno dell’Alleanza.
Diplomazia diretta e unità strategica
La semplice esistenza dell’incontro tra Trump e Zelensky, unita al tono conciliante del presidente USA, dimostra che la diplomazia personale può incidere sulla narrativa politica anche nei casi più ostici. È un segnale forte al fronte interno ed esterno: l’Ucraina non è isolata, e le sue relazioni con Washington possono evolvere rapidamente.
Parallelamente, il vertice ha riaffermato in modo esplicito la validità dell’articolo 5 del Trattato NATO: un attacco a un membro sarà considerato un attacco a tutti. Questo messaggio mira a scoraggiare eventuali azioni ibride o militari da parte di Mosca contro i paesi del fianco orientale.
Pressione sulle spese militari e sulle sanzioni
Trump ha inoltre criticato i partner europei per il mancato raggiungimento della soglia del 5% del PIL per la difesa. In risposta, l’UE ha lanciato un piano ambizioso da 500 miliardi di euro in spese militari entro il 2035. Il ritorno di Trump ha agito da catalizzatore per una revisione profonda delle priorità strategiche dell’Europa.
Sul fronte delle sanzioni, i leader NATO hanno convenuto sulla necessità di una maggiore pressione economica contro Mosca, con l’obiettivo di indebolire la sua capacità bellica, più che punirla. Il messaggio è chiaro: senza accesso a risorse e tecnologia, il potenziale offensivo russo dovrà inevitabilmente ridimensionarsi.
La guerra in stallo e l’orizzonte dei negoziati
Mentre Mosca punta ancora a occupare il settore sinistro del Dnipro e a riconquistare le regioni di Donetsk e Luhansk, la situazione sul campo rimane statica. L’esercito russo affronta carenze di risorse, mancanza di motivazione tra la popolazione e un crescente peso sociale delle mobilitazioni. I piani di avanzamento verso aree come Sumy appaiono più dichiarazioni propagandistiche che vere minacce, secondo l’intelligence NATO.
Gli Stati Uniti, da parte loro, restano aperti alla diplomazia — ma solo dopo che Kyiv avrà raggiunto una posizione di forza militare. È questo il nuovo equilibrio proposto: negoziare sì, ma da una posizione che non premi l’aggressore.