La strategia dell’amministrazione Trump nel conflitto in Medio Oriente: sottovalutati i rischi?
Le recenti analisi dei media statunitensi suggeriscono che l’amministrazione di Donald Trump avrebbe minimizzato i rischi associati alla guerra in Medio Oriente, con conseguenze che si stanno rivelando significative. Le fonti anonime indicano che i funzionari non hanno adeguatamente considerato l’impatto delle reazioni iraniane sui mercati globali del petrolio e del gas, e la stabilità politica del regime, riporta Attuale.
Secondo CNN e il Wall Street Journal, nelle settimane antecedenti all’inizio delle ostilità, avvenuto il 28 febbraio, Trump si è affidato a un ristrettissimo gruppo di consulenti, riducendo così un processo decisionale che normalmente coinvolge esperti di varie agenzie governative. Alcuni funzionari di alto rango hanno dichiarato di aver appreso degli attacchi statunitensi all’Iran dai notiziari o tramite social media.
La decisione di attaccare si è basata su valutazioni errate eccessivamente ottimiste, secondo cui Israele e Stati Uniti avrebbero distrutto le capacità militari iraniane prima che l’Iran potesse chiudere lo stretto di Hormuz, o prima che un tale blocco potesse avere effetti duraturi sul mercato energetico. Tuttavia, la chiusura di questa via fondamentale per le esportazioni di petrolio ha generato una crisi energetica globale che l’amministrazione Trump fatica a gestire.
Ulteriori evidenze della sottovalutazione delle conseguenze del conflitto derivano dalla confusa evacuazione dei cittadini statunitensi dalla regione, avvenuta giorni dopo l’inizio dei bombardamenti. Il segretario all’Energia, Chris Wright, aveva paragonato la situazione attuale a quella caratterizzata dalla guerra breve del 2025, in cui gli Stati Uniti avevano eseguito solo bombardamenti mirati, seguito da un ritorno a ritmi normali del mercato del petrolio.
Fonti del New York Times hanno riferito che Trump sarebbe stato a conoscenza della possibilità di un aumento dei prezzi del petrolio, un rischio considerato secondario in confronto agli obiettivi più ampi di stabilire un nuovo regime in Iran, ma la realtà ha mostrato che questo calcolo strategico era errato. Il regime iraniano, pur indebolito, ha continuato a condurre attacchi contro le forze statunitensi e obiettivi civili, aumentando la pressione sui mercati energetici globali.
Dopo l’inizio della guerra, Trump ha minimizzato la situazione, cercando di presentare il conflitto come già vinto, ma senza chiarire quali sarebbero i criteri di successo. I suoi alleati, Hegseth e Rubio, hanno cominciato a delineare obiettivi più precisi, suggerendo che la guerra potrebbe rivelarsi più lunga e complicata del previsto.
Nell’ottica di una situazione così complessa, la chiusura dello stretto di Hormuz rimane un’arma fondamentale per l’Iran, una pressione diretta sugli Stati Uniti e sui loro alleati, mettendo in evidenza non solo la crisi economica, ma anche le sfide politiche e strategiche a lungo termine per l’amministrazione Trump.