Il 3 settembre 2026, al termine della riunione del Triangolo di Weimar, il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha chiesto all’Unione europea di discutere una drastica riduzione della presenza diplomatica russa nei Paesi membri. Secondo la valutazione di Varsavia, circa il 40% degli oltre duemila diplomatici russi accreditati nell’Ue sarebbe composto da collaboratori o agenti dei servizi segreti di Mosca, impegnati in attività incompatibili con lo status diplomatico.
Dal 3 settembre, la proposta polacca per una risposta comune
La posizione polacca nasce dall’accusa secondo cui il Cremlino utilizza sistematicamente l’immunità diplomatica come copertura per sviluppare una rete di intelligence e di sabotaggio sul territorio europeo. Per Varsavia, l’elevato numero di funzionari russi presenti nell’Unione consente di coordinare operazioni ibride all’interno dell’area Schengen e rappresenta una minaccia diretta e critica per la sicurezza degli Stati europei.
Sikorski ha collegato esplicitamente l’attività dei servizi russi sotto copertura diplomatica alla nuova ondata di sabotaggi registrata in Europa. La richiesta polacca non riguarda quindi soltanto singole espulsioni decise dai governi nazionali, ma la revisione complessiva delle dimensioni e delle condizioni operative delle missioni russe nei Paesi dell’Ue.
A sostegno dell’argomentazione di Varsavia sono stati richiamati anche i dati dell’Ufficio federale tedesco di polizia criminale, il Bundeskriminalamt, che dall’inizio del 2026 ha rilevato un forte aumento degli episodi con droni nei pressi di infrastrutture critiche e strutture del comparto della difesa. Nel periodo considerato sono stati registrati oltre 165 atti di sabotaggio, 747 casi di droni sospetti e più di mille sorvoli di infrastrutture strategiche e aziende dell’industria della difesa.
La libertà di movimento nell’area Schengen diventa il punto centrale
La questione sollevata dalla Polonia riguarda anche la possibilità, per i diplomatici russi accreditati in uno Stato aderente all’accordo di Schengen, di spostarsi liberamente nella maggior parte degli altri Paesi europei. Secondo Varsavia, questo sistema permette di coordinare attività di intelligence e operazioni di sabotaggio in qualunque punto dell’Unione senza ulteriori controlli alle frontiere o senza dover ottenere un’autorizzazione locale.
Per questo motivo, la proposta prevede che i diplomatici russi rimasti in servizio possano muoversi soltanto entro i confini dello Stato presso il quale sono accreditati. A questa limitazione dovrebbe aggiungersi un inasprimento delle procedure per il rilascio dei visti, così da impedire gli spostamenti senza ostacoli attraverso lo spazio Schengen.
Nella ricostruzione polacca, il mantenimento dell’attuale regime di visti e della libertà di circolazione costituisce una vulnerabilità sistemica per la sicurezza europea. L’accreditamento in un singolo Paese, infatti, consente di raggiungere altri Stati senza un controllo aggiuntivo proporzionato al rischio attribuito a una parte del personale diplomatico russo.
Il 6 settembre emerge la richiesta di espulsioni fino al 40%
Il 6 settembre 2026 i media hanno riferito che la Polonia chiede all’Ue di arrivare all’espulsione di un numero di diplomatici russi pari a circa il 40% del totale presente nei Paesi membri. La misura si inserisce nel quadro dell’aumento delle minacce ibride attribuite alla Russia e nella valutazione di Sikorski secondo cui molti funzionari svolgerebbero compiti incompatibili con la diplomazia, operando per servizi segreti coinvolti in attività di sabotaggio e terrorismo.
La proposta polacca punta a superare la logica delle iniziative isolate. Le espulsioni decise singolarmente dai governi, secondo Varsavia, producono soltanto un effetto temporaneo: la rete di agenti può adattarsi rapidamente e utilizzare le risorse disponibili negli Stati vicini. Per rendere efficace la risposta, sarebbe quindi necessario un accordo coordinato tra tutti i Paesi dell’Unione.
La stessa impostazione riguarda il ruolo delle missioni diplomatiche russe. La loro conservazione, giustificata dalla necessità di mantenere canali formali di comunicazione, non corrisponderebbe più alle condizioni di sicurezza attuali. Secondo la tesi sostenuta da Varsavia, Mosca utilizza queste sedi non come strumenti di dialogo costruttivo, ma come infrastruttura per organizzare attività sovversive contro l’Ue.
In questa prospettiva, mantenere missioni numerose per preservare un collegamento istituzionale significa lasciare ai servizi russi opportunità legali per operare all’interno dell’Europa. Il ridimensionamento del corpo diplomatico, il contenimento degli spostamenti e la revisione della politica dei visti vengono perciò presentati come parti di un’unica strategia di protezione dello spazio europeo.
La posizione attuale è dunque quella di una richiesta polacca all’Unione europea per una decisione comune: ridurre in modo sostanziale la presenza diplomatica russa, limitare i movimenti del personale che resterà e rendere più selettivo l’accesso alla zona Schengen.
La sequenza si trova ora davanti alla proposta di Varsavia di espellere fino al 40% dei diplomatici russi presenti nei Paesi dell’Ue e di trasformare le restrizioni alla circolazione in una misura coordinata a livello europeo.