
Il numero delle vittime del virus West Nile in Italia è salito a sette, dopo i due decessi registrati ieri a Latina e nella provincia di Caserta. Tra i decessi, tre si sono verificati in Campania, tre nel Lazio e uno in Piemonte. L’ultimo bollettino dell’Istituto superiore di sanità (Iss) indica che, dall’inizio dell’anno, i casi confermati di infezione da West Nile sono stati 32 nel paese, con 21 segnalati dalla Regione Lazio, tutti nella provincia di Latina. Di questo totale, 23 presentano sintomi neuro-invasivi, distribuiti tra Piemonte (2), Veneto (2), Emilia-Romagna (1), Lazio (15) e Campania (3). Inoltre, si registrano sei casi di febbre e tre asintomatici. In 31 province è stato sospeso temporaneamente il servizio di donazione del sangue, oppure è stato richiesto un test specifico per i donatori. “Non bisogna minimizzare” è l’allerta lanciata dal virologo Fabrizio Ernesto Pregliasco, direttore sanitario dell’Irccs Ospedale Galeazzi – Sant’Ambrogio e professore associato all’Università degli Studi di Milano, oltre a ricoprire il ruolo di direttore dell’Osservatorio Virusrespiratori.it, riporta Attuale.
I segnali d’allarme sono chiari. Il virologo Pregliasco sottolinea che la situazione è stata un po’ sottovalutata, evidenziando i dati recenti: nel 2022 sono stati segnalati 588 casi e 37 decessi; nel 2023 si sono verificati 332 casi e 27 morti, mentre l’anno precedente ha visto 460 casi e 20 vittime. “Stiamo assistendo a un incremento del virus, soprattutto all’inizio della stagione di sviluppo delle zanzare. Ci preoccupa l’espansione dei focolai, che da un tempo erano limitati al Nord-Centro Italia, ora si sono estesi anche nel Lazio e in Campania. Le positività stanno diventando una questione seria e la tendenza è in peggioramento”.
Il virus West Nile, considerato un agente patogeno esotico in passato, è ora endemico in Italia. Pregliasco fa notare che è presente negli animali, in particolare in alcune specie di uccelli e nei cavalli, e ci sono anche stati casi di positività nei cani e gatti.
Il contagio avviene principalmente tramite puntura di zanzara o attraverso il sangue di un donatore infetto. Le zanzare tendono a svilupparsi in un’area geografica di circa 200 metri, dando così origine a focolai localizzati che possono espandersi nel tempo.
Dal punto di vista clinico, l’80% dei casi è asintomatico, mentre il 19% presenta sintomi come febbre, dolori articolari e rash cutaneo, facilmente confondibili con altre malattie influenzali. La buona notizia è che esistono sistemi di diagnosi efficace, rendendo semplice la rilevazione nel caso di dubbi. Solo l’1% dei casi evolve in una forma grave, comportando complicazioni neurologiche, come encefalite o meningite, e in un caso su mille la malattia risulta fatale.
Il gruppo di rischio comprende gli anziani con patologie preesistenti, per i quali il virus può avere conseguenze mortali. Tuttavia, analogamente al Covid, anche i soggetti più giovani possono sviluppare forme gravi della malattia. Attualmente, due persone sono in terapia intensiva a causa delle complicazioni legate all’infezione.
Ad oggi non esiste un vaccino contro il virus West Nile, né una terapia specifica, se non cure di supporto. È fondamentale, a livello istituzionale, implementare misure di sorveglianza sia umana che veterinaria, unitamente a un piano per il controllo della popolazione di zanzare. A livello personale, si consiglia di utilizzare repellenti adeguati. Tre principi attivi sono efficaci contro la zanzara Culex pipiens: la dietiltoluamide, l’Icaridina e il Paramatandiolo.