La strategia di Israele per Gaza: governo militare e nuovi insediamenti

05.08.2025 08:25
La strategia di Israele per Gaza: governo militare e nuovi insediamenti

Agire senza compromettere il sostegno dell’unico alleato che conta realmente: gli Stati Uniti durante la presidenza di Donald Trump. L’obiettivo è quello di riprendere completamente il controllo di Gaza, tornando alla situazione preesistente allo smantellamento delle colonie ebraiche voluto da Ariel Sharon vent’anni fa, anche a costo di compromettere la vita di circa venti ostaggi nelle mani di Hamas, ritenuti secondari rispetto al piano di annientamento totale dell’organizzazione jihadista e di evitare qualsiasi forma di autonomia palestinese, riporta Attuale.

Il dono

Per comprendere le motivazioni di Benjamin Netanyahu in vista di quella che sembra essere un’imminente operazione militare destinata a dominare completamente la Striscia di Gaza, è utile rifarsi all’annuncio del 19 gennaio. In quella occasione, Netanyahu, sebbene a malincuore, proclamò una tregua con Hamas: avviando scambi di prigionieri, consentendo l’ingresso di aiuti nella Striscia e segnando apparentemente l’inizio della fine del conflitto. Trump, nel contesto di questo accordo, guadagnò senza sforzo alcuno l’immagine del pacificatore.

La promessa infranta

Una situazione imbarazzante per Joe Biden, che dal 7 ottobre 2023 ha continuato a fornire supporto militare, chiedendo però in cambio una promessa di pace che non ha mai ottenuto: una visione complessiva di pacificazione che includesse il rilancio del piano di pace di Oslo del 1993, il quale contemplava la creazione di uno Stato palestinese nei territori occupati da Israele dal conflitto del 1967. In seguito, sono emersi eventi ben noti, tra cui il provocatorio piano di «Gaza come meta turistica» proposto da Trump, che tra altre cose autorizzava il «trasferimento» dei palestinesi all’estero; il piano fu seguito dall’accordo tra i due leader concernente la guerra contro l’Iran.

Il blitz sull’Iran

Contrariamente alle aspettative, poco più di due mesi dopo, Netanyahu è riuscito a persuadere Trump a lanciare attacchi ai siti nucleari iraniani. Questo nonostante il presidente statunitense avesse inizialmente dichiarato di essere “estraneo” ai piani militari israeliani e anche desideroso di riattivare gli accordi sul controllo del programma nucleare di Teheran, boicottati dal premier israeliano nel 2018. Recentemente, le critiche provenienti da Washington riguardo all’eccessivo attivismo militare di Israele in Siria e alla situazione umanitaria a Gaza sembrano già un ricordo lontano.

Le espulsioni

Nei loro incontri, tenuti frequentemente nelle colonie più radicali della Cisgiordania, vi è una proclamazione chiara: espellere il maggior numero possibile di palestinesi, “con metodi gentili”, tramite incentivi finanziari, o “con metodi brutali”, coinvolgenti incendi di proprietà, requisizioni e bombardamenti, il tutto per rendere impossibile la vita quotidiana. I coloni hanno già mostrato il desiderio di riprendere possesso degli insediamenti di Gaza distrutti nel 2005, mentre si sottovaluta come allora Sharon li considerasse troppo costosi e vulnerabili agli attacchi palestinesi. Nulla fa credere che la totale occupazione della Striscia possa realmente sconfiggere una guerriglia armata, ora più disperata e determinata che mai.

In sintesi, la situazione attuale in Medio Oriente è una questione complessa che mette in evidenza le profonde divisioni e le contraddizioni nelle politiche tra Israele e Palestina. Nonostante le pressioni interne e internazionali, le scelte fatte da leader come Netanyahu stanno influenzando il futuro della regione in modi che richiederanno attenzione e riflessione da parte della comunità internazionale.

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