Proposta di modifica dell’ESTA: chiarimenti dagli Stati Uniti
Nell’ultimo periodo, numerosi media e creator di contenuti hanno diffuso notizie riguardanti l’obbligo per i turisti di fornire cinque anni di cronologia delle loro attività sui social media per entrare negli Stati Uniti. Tuttavia, questa interpretazione è errata, come spiegato da Francesco Costa, direttore del Post, nell’ultimo numero della sua newsletter, Attuale.
Contrariamente a quanto si possa pensare, gli Stati Uniti non hanno introdotto requisiti specifici per la presentazione della cronologia sui social media da parte dei turisti. La misura in discussione riguarda l’ESTA, il sistema di autorizzazione all’ingresso senza visto, frequentemente utilizzato dai turisti di circa 40 paesi, inclusa l’Italia. Per ottenere l’ESTA, il richiedente deve compilare un modulo online fornendo dati personali e il costo è di 40 dollari. Questa autorizzazione è valida per due anni e ha restrizioni sulla durata del soggiorno.
Recentemente, l’agenzia governativa per le frontiere ha presentato una proposta, che al momento è solo tale, che modificherebbe le procedure per ottenere l’ESTA, avvicinandole a quelle necessarie per il rilascio di un visto, che richiede la condivisione di informazioni più dettagliate e, dal 2019, anche la segnalazione degli account social utilizzati negli ultimi cinque anni, ma non della cronologia delle attività.
La disposizione riguardante gli account social è stata introdotta durante la presidenza Trump e tuttora è in vigore durante l’amministrazione Biden. Essa si applica a tutti i tipi di visto. Tuttavia, già nel 2016, l’amministrazione Obama aveva iniziato a includere campi per indicare i nomi degli account social nei moduli ESTA, ma senza obbligo. La proposta attuale, se approvata, renderebbe questo obbligatorio.
Le procedure per l’ESTA, che ho sperimentato personalmente poiché ho richiesto molti ESTA per motivi turistici e possiedo un visto giornalistico, sono molto dettagliate. Negli anni, la validità dei visti giornalistici è cambiata, passando da cinque anni a nove mesi durante la prima amministrazione Trump e tornando a due anni recentemente.
Non ci sono prove che l’inclusione degli account social tra le informazioni personali necessarie abbia portato a comportamenti repressivi come quelli attuati dall’amministrazione Trump contro specifici individui. È poco realistico pensare che gli agenti possano verificare cinque anni di contenuti su più piattaforme social per oltre dieci milioni di persone che ottengono un visto ogni anno, o per i quasi quindici milioni che ottengono l’ESTA.
La richiesta di indicare gli account social funge da filtro: se non si è disposti a farlo, è meglio non richiedere l’ESTA. Questa misura mira principalmente a facilitare ulteriori verifiche in caso emergano segni di interesse per approfondimenti su utenti specifici.
La destra americana sostiene questa restrizione con l’argomento “cosa avete da nascondere”, una retorica che ha un certo appeal tra molti elettori, trasversale rispetto ai sostenitori di Trump. Tuttavia, la proposta è ancora in fase di valutazione e potrebbe essere approvata, modificata o scartata dopo un periodo di consultazione di 60 giorni.
I potenziali danni al turismo, già danneggiato da storie di turisti respinti e dall’opposizione a Trump, potrebbero essere significativi. Ogni giorno, quasi duecentomila turisti entrano negli Stati Uniti senza problemi, ma le storie negative sulla frontiera possono spaventare quelli che hanno meno esperienza di viaggio. La narrativa attuale della presidenza Trump suggerisce che ci sia una preferenza marcata per i cittadini americani rispetto agli stranieri.
A presto,
Francesco