Le proteste in Iran si estendono in 17 province e intensificano il confronto col regime

07.01.2026 17:15
Le proteste in Iran si estendono in 17 province e intensificano il confronto col regime

Proteste di massa in Iran: la risposta del regime e le conseguenze economiche

Dallo scorso 28 dicembre, le proteste in Iran contro le disastrose condizioni economiche si sono diffuse in gran parte del paese. Il regime iraniano sta soffocando la libertà di stampa, impedendo ai giornalisti di operare in modo indipendente, rendendo difficile avere un quadro preciso degli eventi. Tuttavia, numerosi video diffusi sui social mostrano manifestazioni partecipate in diverse città e scontri violenti tra i manifestanti e le forze di sicurezza, mentre il governo tenta di minimizzare l’entità delle proteste, riporta Attuale.

In base a una verifica effettuata da BBC Verify, che ha analizzato decine di video, risulta che a 11 giorni dall’inizio delle proteste sono state coinvolte almeno 17 province su un totale di 31, inclusi luoghi storicamente fedeli al regime come Qom e Mashhad. Questi dati si riferiscono solo a province dalla quale sono stati verificati i video, suggerendo che il numero reale di coinvolti potrebbe essere più alto.

Le attuali manifestazioni sono le più partecipate dai moti del 2022, scoppiati dopo la morte di Masha Amini, una ventiduenne arrestata per non aver indossato correttamente il velo. Le proteste sono iniziate tra i commercianti di Teheran, indignati per la svalutazione della moneta e l’inflazione galoppante, che hanno reso i beni di prima necessità inaccessibili, ma hanno rapidamente coinvolto anche università e altri settori della società.

Nei video analizzati, si sentono cori come «morte al dittatore», rivolti all’ayatollah Ali Khamenei, dimostrando che le motivazioni delle proteste superano il malcontento economico. Inizialmente, il regime ha adottato un atteggiamento apparentemente conciliatorio, ma ha successivamente intensificato la repressione violenta. Si stima che, negli ultimi giorni, ci siano stati oltre mille arresti e almeno 35 morti, sebbene il numero effettivo possa essere più elevato.

Il regime ha giustificato la dura reazione delle forze di sicurezza definendo i manifestanti «ribelli» da «riportare al loro posto». Mentre tentano di minimizzare l’entità delle proteste, l’agenzia di stampa Fars sostiene che le manifestazioni siano sotto controllo, attribuendole a una fantomatica «cospirazione nemica» neutralizzata grazie alla vigilanza dei commercianti del Grand Bazaar e della popolazione.

Contrariamente a queste affermazioni, il canale di opposizione Iran International riporta che le proteste stanno continuando in diverse città, con nuovo slancio. Oltre al Grand Bazaar di Teheran, dove tutto ha avuto inizio, ci sono manifestazioni in oltre novanta centri abitati. I manifestanti accusano il regime e invocano anche il ritorno di Reza Pahlavi, il figlio del defunto re dell’Iran, avviando una conversazione più ampia sulla legittimità del regime attuale.

La situazione attuale si inserisce in un periodo di particolare debolezza per la Repubblica Islamica, aggravato dalla recente sconfitta in una breve guerra contro Israele nello scorso anno e dalla perdita di alleati storici come Bashar al Assad in Siria e Nicolás Maduro in Venezuela. Le manifestazioni, che per ora non hanno raggiunto l’intensità di quelle del 2022, potrebbero destabilizzare ulteriormente il regime, in un contesto di crescente repressione interna.

Riportando l’attenzione sulle proteste, anche il presidente degli Stati Uniti ha manifestato il proprio interesse, minacciando un possibile intervento a sostegno dei manifestanti, dichiarando: «Siamo carichi e pronti a partire», senza fornire ulteriori dettagli.

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