Proteste a Minneapolis contro le operazioni violente dell’ICE: la situazione si aggrava
A Minneapolis, le proteste contro i metodi aggressivi, intimidatori e violenti delle operazioni dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione statunitense, proseguono da tre settimane. Nonostante gli scontri quotidiani con i residenti e l’omicidio di una donna disarmata da parte di un agente, l’amministrazione del presidente Donald Trump continua a mantenere una linea dura e cerca di fermare le manifestazioni sia per strada sia in tribunale, riporta Attuale.
Le manifestazioni si intensificano, soprattutto durante le operazioni anti-immigrazione, che consistono in rastrellamenti effettuati dagli agenti federali dell’ICE per trovare, arrestare ed espellere persone accusate di essere nel paese illegalmente. Tuttavia, le accuse di illegalità non sono sempre veritiere. Gli abitanti si organizzano sui social per seguire gli agenti e documentarne i frequenti abusi; i video mostrano persone strattonate fuori dalle loro auto o prelevate forzatamente da casa senza un mandato, spintonate sulla strada ghiacciata e tenute sotto tiro anche senza opporre resistenza.
Innumerosi casi di profilazione razziale sono evidenti, con agenti che fermano le persone in base al colore della pelle o all’assenza di tratti caucasici.
Gli agenti rispondono alla resistenza pacifica degli abitanti con azioni sproporzionate e violente, impiegando spray urticanti e altri agenti chimici per disperdere le folle, oltre a effettuare arresti indiscriminati. La giudice federale Kate Menendez ha riconosciuto l’illegittimità di queste pratiche, vietando all’ICE di continuare ad usarle.
Nella sentenza, ha citato il caso di Susan Tincher, una donna arrestata dall’ICE a Minneapolis, costretta a spogliarsi in caserma e privata della fede nuziale senza che venissero formulate accuse contro di lei. Un altro caso ha coinvolto una coppia di anziani, minacciati dagli agenti dell’ICE mentre seguivano un furgone a distanza, con gli agenti che hanno puntato le armi contro di loro dicendo: «Abbiamo la vostra targa, sappiamo dove trovarvi».
Il Dipartimento di Giustizia sta accusando i manifestanti di ostacolare il lavoro delle forze dell’ordine e di mettere a rischio gli agenti. Per questa ragione, ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza di Menendez. Trump ha minacciato di invocare l’Insurrection Act, una norma del 1807 che lo autorizzerebbe a inviare l’esercito a sostegno dell’ICE, un’azione rara nella storia statunitense e considerata da molti discutibile nel contesto di Minneapolis.
L’amministrazione Trump giustifica anche la morte di Renee Nicole Good, la donna uccisa dall’agente dell’ICE Jonathan Ross durante un’operazione, avvenuta lo scorso 7 gennaio. Questo tragico evento ha sollevato enormi critiche, causando controversie legali e conflitti tra l’amministrazione Trump e i governi locali, nonché dubbi sui metodi di reclutamento dell’ICE, che sarebbero diventati più laschi nell’ultimo anno.
Nonostante le previsioni, il Dipartimento di Giustizia ha affermato che non saranno avviate azioni legali contro Ross. «Non stiamo là a indagare ogni volta che un agente è costretto a usare la forza per difendersi da qualcuno che vuole mettere a rischio la sua vita», ha dichiarato il vice procuratore generale Todd Blanche, già difensore di Trump in uno dei processi a suo carico. Il caso potrebbe comunque continuare a livello statale.
L’amministrazione Trump sta anche avviando una serie di procedimenti legali contro gli attivisti e coloro che li sostengono. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta sul governatore del Minnesota Tim Walz e sul sindaco di Minneapolis Jacob Frey, entrambi Democratici, accusandoli di cospirazione per ostacolare le operazioni anti-immigrazione. È incerto quali affermazioni di incitamento alla violenza possano essere contestate, poiché le proteste sono state prevalentemente pacifiche.
Inoltre, il Dipartimento sta indagando su un gruppo di manifestanti che ha interrotto una messa in una chiesa di St. Paul, tenuta dal pastore David Easterwood, che collabora anche con l’ICE.
Dopo l’omicidio di Renee Nicole Good, il Dipartimento ha anche cercato di indagare su Becca Good, moglie della vittima e attivista. Sei procuratori federali del Minnesota hanno considerato inaccettabile questa ingerenza e si sono dimessi. Fonti anonime hanno affermato a NBC News che Becca è sotto inchiesta, ma il suo avvocato non ha ricevuto comunicazioni ufficiali.
Un ulteriore caso, non direttamente connesso a Minneapolis ma simile, riguarda l’ICE che cerca di identificare i manifestanti per possibili reati. L’agenzia ha chiesto a Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, informazioni su un profilo anonimo utilizzato per segnalare operazioni dell’ICE a Montgomery, in Pennsylvania. Un giudice ha espresso dubbi sulla legalità della richiesta, senza però prendere una decisione definitiva. In un caso precedente, un altro giudice aveva ritenuto la richiesta inaccettabile.