Difficoltà nel mantenere aperto lo Stretto di Hormuz: rischi delle operazioni militari contro il programma nucleare iraniano

17.03.2026 08:05
Difficoltà nel mantenere aperto lo Stretto di Hormuz: rischi delle operazioni militari contro il programma nucleare iraniano

Due settimane dopo l’inizio della guerra, emergono numerosi punti critici sul conflitto attuale. Alcuni di questi erano stati previsti e sottovalutati da Donald Trump, mentre altri derivano dalle variabili intrinseche di ogni guerra, riporta Attuale.

Il passaggio

Il presidente statunitense si trova ad affrontare il problema di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz. Attualmente, l’Iran detiene la capacità di decidere chi può transitare senza rischi. Non sono necessarie avanzate armi per ostacolare il passaggio in questo corridoio geografico e militare, dal momento che droni, mine, missili e razzi possono trasformarsi in strumenti efficaci di pressione, come anche azioni di barchini. La sola minaccia può essere sufficiente in alcuni casi.

Negli Stati Uniti si sta invocando una coalizione di alleati, ma le risposte sono state caratterizzate da una prevalente cautela, poiché la missione è rischiosa e richiederebbe un coinvolgimento diretto nel conflitto. Esperti militari rilevano che, per garantire la sicurezza marittima, il Pentagono dovrebbe non solo ripulire il mare da ordigni, ma anche neutralizzare le unità iraniane lungo la costa meridionale.

Il comando americano ha messo in evidenza l’affondamento di navi nemiche e oltre cento vedette. Tuttavia, il direttore dell’International Maritime Organization, Arsenio Dominguez, ha sottolineato che una eventuale scorta al naviglio non garantirebbe una sicurezza totale e che le misure militari non offrono soluzioni a lungo termine. È emersa anche l’ipotesi di una missione per occupare Kharg, il principale terminale per l’export di petrolio iraniano.

Il nucleare

Alcuni impianti del programma nucleare iraniano hanno subito danni significativi. Rimane aperta la questione di quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito, necessari per la costruzione di armi nucleari. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, questa sostanza si troverebbe nel bunker di Isfahan, sebbene l’accessibilità sia oggetto di dibattito. Poiché l’area è stata colpita, il recupero richiederebbe un’operazione di forze speciali con personale esperto. Gli esperti segnalano la complessità dell’interevento, avvertendo delle incognite legate a un’azione profonda, e invitano a non sottovalutare i pasdaran.

Oltre all’uranio, l’Iran ha subito perdite significative di scienziati di alto profilo per mano israeliana e attacchi informatici, pur mantenendo intatte le sue competenze. Ci sono pareri tra i commentatori secondo cui l’offensiva di questo mese potrebbe incentivare il regime a proseguire nei suoi programmi nucleari.

L’arsenale

Israele ha affermato che i bombardamenti potrebbero continuare per altre 3-4 settimane, un periodo ritenuto necessario per smantellare le strutture dell’industria militare. Le fabbriche dei droni kamikaze, dei vettori a lungo raggio e del combustibile solido sono fondamentali, e sebbene alcune strutture siano state colpite, i guardiani della Rivoluzione continuano a produrre e lanciare vettori, seppur con una cadenza ridotta, supportandosi anche agli Shahed.

La degradazione delle infrastrutture militari rappresenta un risultato significativo, ma secondo alcuni esperti, non equivale a un successo politico immediato. Teheran ha ampliato il suo coinvolgimento attraverso le milizie alleate, contribuendo al cosiddetto “strategia del caos”. Preoccupa l’espansione dell’operazione israeliana in Libano e la minaccia rappresentata dagli Houthi nel Mar Rosso. La questione delle forniture è cruciale: munizioni antiaeree per Stati Uniti, Israele e alleati arabi; missili per i pasdaran.

Gli alleati

Le economie e la vita dei regni sunniti del Golfo sono state scosse dalla rappresaglia iraniana. I guardiani della rivoluzione hanno colpito non solo Israele, ma anche i vicini, in particolare Emirati Arabi e Dubai. La presenza delle basi statunitensi, che doveva offrire protezione, si è trasformata in una fonte di vulnerabilità.

Un dibattito è già in corso sul futuro di quest’alleanza, con monarchi che devono affrontare importanti decisioni riguardo al modello di difesa, ai rapporti con Washington e alle dinamiche riguardanti Teheran. Alcuni hanno avviato negoziati con gli ayatollah, mentre Omar e Qatar si sono comportati come mediatori. Arabia Saudita ed Emirati, invece, hanno diminuito i toni verso il regime, continuando però a considerarlo un rivale temibile.

Come risultato delle attuali operazioni, l’Iran non può trascurare le ripercussioni delle sue azioni, poiché Dubai rappresenta un’importante risorsa economica.

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