La strategia israeliana della decapitazione può realmente influenzare il regime iraniano?

19.03.2026 11:55
La strategia israeliana della decapitazione può realmente influenzare il regime iraniano?

Iran: il regime resiste nonostante le perdite ai vertici

DAL NOSTRO INVIATO
SHARM-EL-SHEIKH (EGITTO) – Ogni giorno l’Iran subisce oltre 500 raid aerei, con la morte di figure di spicco del regime, e la sfida a Israele e Stati Uniti continua ad intensificarsi. Il ministro degli Esteri iraniano afferma: «Non saremo noi a chiedere di negoziare», mentre la nuova Guida suprema dichiarava che Israele e Stati Uniti devono inginocchiarsi e pagare i danni. A dispetto di queste perdite, eliminare i leader non sembra indebolire il regime, che, come un’idra, pare rinvigorirsi, riproducendo nuove teste per ogni leader ucciso, riporta Attuale.

Secondo gli analisti, Teheran conta sul fatto che Stati Uniti e Israele si stanchino. Il blocco dello Stretto di Hormuz sta aumentando i prezzi del petrolio e rendendo la guerra più difficile per gli USA e i loro alleati. Questo conflitto non protegge la popolazione iraniana né i leader della teocrazia sciita, ma alimenta l’ansia sui mercati e mette a dura prova i Paesi del Golfo. Gli ayatollah, nonostante una notevole perdita di leader, non accennano a chiedere clemenza. La strategia della decapitazione dei vertici porta a una domanda cruciale: chi sta realmente vincendo? La resistenza degli ayatollah si manifesta con una sempre maggiore paranoia e pericolosità.

Il presidente Trump mantiene un tono ottimista ma contraddittorio. In momenti diversi, parla della sconfitta imminente dell’Iran, lasciando intendere che il termine della guerra è vicino, mentre altri analisti, come Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace, avvertono che la decapitazione dei leader potrebbe portare a un regime più vulnerabile e allo stesso tempo più aggressivo. Altre correnti di pensiero, come quella dell’ex ambasciatore statunitense a Gerusalemme, Dan Shapiro, consigliano invece di dichiarare vittoria e ritirarsi, poiché l’intervento in Iran è considerato molto impopolare fra gli americani.

In Israele, il supporto all’azione militare è molto elevato, superando l’80%, nonostante gli attacchi missilistici iraniani. A differenza della situazione in Washington, il cambio di regime non è l’obiettivo primario; il fine ultimo è garantire la sicurezza nazionale. Sarit Zehavi, tenente colonnello della riserva israeliana e figura di spicco tra gli esperti, afferma che «le idee sopravvivono alle persone che le sostengono», suggerendo che eliminare i leader da solo non basterà a ridurre la minaccia.

L’esempio di Gaza dimostra che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono state in grado di eliminare i leader noti di Hamas, senza però abbattere il gruppo stesso. Le condizioni per applicare una strategia simile in Iran sono complicate dalla vastità del territorio, rendendo difficile colpire obiettivi a più di 1.700 chilometri di distanza. Zehavi sottolinea che, anche in un contesto tattico favorevole, non ci si può aspettare che il regime cada a causa di attacchi aerei, come dimostrano i risultati in Gaza e con Hezbollah.

La lotta contro l’ISIS offre un parallelo interessante: nonostante le eliminazioni di numerosi leader, l’ISIS è rimasto operante. La strategia israeliana si fonda sulla riduzione delle risorse destinate a Iran, Hezbollah e Hamas. Secondo Zehavi, «l’importante è indebolire l’infrastruttura economica di chi minaccia lo Stato di Israele». In questa luce, anche un cambiamento alla guida del regime iraniano rappresenterebbe un potenziale vantaggio per Tel Aviv, pur mantenendo un focus primario sull’indebolimento delle capacità belliche congiunte di Iran, Hezbollah e Hamas.

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