Netanyahu segna progressi nella guerra in Medio Oriente, ma i rischi a lungo termine per Israele restano elevati

20.03.2026 08:35
Netanyahu segna progressi nella guerra in Medio Oriente, ma i rischi a lungo termine per Israele restano elevati

Israele intensifica l’offensiva contro l’Iran nel contesto della guerra in Medio Oriente

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avviato una serie di attacchi mirati contro l’Iran, perseguendo i suoi obiettivi strategici nella regione. Questo nuovo conflitto, che si apre con la convinzione che garantirà la sicurezza di Israele, potrebbe comunque comportare rischi significativi a lungo termine, riporta Attuale.

Netanyahu, al potere da trent’anni in fasi alternate, ha sempre considerato l’Iran la più grave minaccia per la sicurezza di Israele, soprattutto a causa del supporto iraniano a gruppi anti-israeliani come Hamas e Hezbollah, oltre al suo programma nucleare. Negli ultimi decenni, il premier ha talvolta esagerato queste minacce per convincere gli Stati Uniti a intervenire militarmente a fianco di Israele.

Un successo chiave per Netanyahu è stato convincere il presidente statunitense Donald Trump ad attaccare l’Iran, portando a un’azione militare coordinata. Questa strategia ha portato a due attacchi significativi nel 2025 e ora a un’ulteriore escalation, con Israele e Stati Uniti che operano come partner militari, condividendo obiettivi e zone di attacco.

Questa offensiva militare ha visto imporre severi colpi ai vertici iraniani, inclusa la morte della Guida suprema Ali Khamenei e di importanti figure politiche come Ali Larijani. La strategia di Netanyahu mira non solo a indebolire il regime di Teheran, ma ancor di più a destabilizzare l’intero paese nel lungo termine, anche se ciò potrebbe comportare conseguenze impreviste per la sicurezza regionale.

Dopo l’inizio della guerra, Netanyahu descrive la situazione come una trasformazione epocale per Israele, affermando che non è più lo stesso paese. Parole simili sono state usate dal capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, sottolineando che l’obiettivo è garantire l’esistenza e il futuro dello stato israeliano.

Nel contesto di queste operazioni, Israele ha intensificato le sue azioni anche in Libano contro Hezbollah, descrivendo il conflitto come una lotta decisiva per il futuro e la sicurezza del paese. Questo approccio, unito a un’efficace retorica politica, sembra rafforzare la posizione del Likud di Netanyahu, che domina nei sondaggi in vista delle prossime elezioni legislative.

Attualmente, la sua strategia si fonda sulla creazione di un precedente che permetta a Israele di intervenire militarmente contro l’Iran ogniqualvolta si presenti un rischio percepito. Questa “dottrina” riflette una logica di attacco predittiva, simile a quella usata da Israele nella Striscia di Gaza, mirata a mantenere il nemico sotto pressione continua.

Nonostante gli attacchi e il danno inflitto al regime iraniano, non è chiaro se la retorica trionfalista di Netanyahu sia giustificata a lungo termine. Hamas continua a emergere in Gaza, Hezbollah rimane una forza significativa in Libano e l’Iran non mostra segni di un imminente collasso. La percezione di Israele all’estero è in fase di deterioramento, con crescenti critiche sui metodi brutali impiegati dal governo di Netanyahu, che potrebbero comprometterne il sostegno internazionale.

Con la situazione già complessa nel Medio Oriente, Netanyahu si trova a camminare su una corda tesa, mentre la realpolitik e le sue scelte militari potrebbero avere ripercussioni inaspettate per la stabilità della regione e per la sua carriera politica.

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