Un diciassettenne progetta un attacco: la psicologia dell’odio online e il ruolo di Telegram

31.03.2026 02:15
Un diciassettenne progetta un attacco: la psicologia dell'odio online e il ruolo di Telegram

Telegram e la normalizzazione della violenza tra i giovani

Roma, 31 marzo 2026 – Un diciassettenne ha celebrato su Telegram i più celebri mass shooting, dai fatti di Christchurch agli attentati di Oslo e Utoya, evocando un clima di violenza e radicalizzazione. Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta esperto in educazione e benessere digitale, avverte sull’uso della piattaforma: non può essere considerata un semplice strumento, riporta Attuale.

Lavenia descrive Telegram come “un ambiente chiuso, poco permeabile allo sguardo esterno”, dove le idee tossiche possono prosperare. Non è che la piattaforma generi il problema, ma non offre resistenza a tale comportamento. “In questi contesti, l’odio non incontra resistenza, incontra approvazione. E questo cambia tutto”.

Il passaggio dalla curiosità online a ideologie estreme avviene tramite “una discesa graduale”. Inizialmente, un giovane può avvicinarsi a contenuti violenti per provocazione o noia, ma con il tempo inizia a familiarizzare con il linguaggio della violenza. “Figure come Brenton Tarrant o Anders Breivik diventano riferimenti, simboli. E per un ragazzo in cerca di identità, i simboli sono potentissimi”.

L’interazione con il linguaggio d’odio può portare a “un’azione concreta”. “Il linguaggio non è mai neutro”, spiega Lavenia. “Quando condividi parole e contenuti violenti, stai abbassando la soglia interna, e più quella soglia si abbassa più l’azione diventa pensabile”.

Il ruolo dei gruppi online è fondamentale nel normalizzare la violenza. “Rende l’estremo normale”, sottolinea Lavenia, evidenziando il pericolo rappresentato dall’isolamento e dalla marginalità. Tuttavia, avverte che “non spiegano tutto”. L’emulazione gioca un ruolo significativo: “Il massacro di Columbine è ancora oggi un riferimento simbolico”.

Molto spesso, i segnali di disagio che emergono dalle famiglie e dalle scuole vengono ignorati. “Ci sono quasi sempre, ma vengono minimizzati, perché riconoscerli significherebbe intervenire davvero”. Per prevenire questi fenomeni, Lavenia sostiene che non basta una legge. “Serve prevenzione reale, presenza adulta e formazione”, affermando che il ragazzo non è “impazzito”, ma è frutto di un percorso costruito nel tempo.

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