Trump e l’intelligence: valutazioni contrastanti sulla guerra contro l’Iran
Il presidente Donald Trump affronta un dilemma crescente: le sue affermazioni trionfali riguardo alla guerra contro l’Iran sono frequentemente seguite da rapporti che ne ridimensionano l’efficacia, riporta Attuale.
Nelle ultime 48 ore, funzionari degli apparati di sicurezza hanno diffuso le proprie analisi sulla missione Epic Fury. Fonti citate da Reuters affermano che i raid non hanno causato danni permanenti ai siti nucleari iraniani, ponendo così la Repubblica Islamica nella posizione di poter sviluppare un’arma nucleare entro un anno. Questa scadenza, già oggetto di scetticismo, è stata ribadita giovedì dal Washington Post, che ha rivelato come Teheran sia in grado di mantenere il blocco dello stretto di Hormuz per tre-quattro mesi, disponendo ancora del 75% dei lanciatori e del 70% dei missili. Gli analisti riconoscono l’impatto delle settimane di attacchi a basi e infrastrutture, ma insistono sulla resilienza del regime nel medio termine.
Le agenzie di intelligence sembrano voler correggere l’enfasi comunicativa del presidente e del segretario alla Difesa Pete Hegseth riguardo i risultati delle operazioni condotte in collaborazione con Israele. Queste valutazioni possono riflettere dati tangibili ottenuti attraverso l’analisi del campo. Tuttavia, il presidente deve affrontare le conseguenze di un rapporto deteriorato con un sistema di intelligence che non ha mai considerato come alleato.
Al ritorno alla Casa Bianca, Trump ha intrapreso una serie di epurazioni ai vertici dei servizi di sicurezza e dell’FBI, definendo figure di fiducia a capo di questi istituti e trasformandoli in veri e propri commissari politici. L’epurazione di dirigenti non allineati, insieme a ristrutturazioni e cambiamenti operativi, ha innescato una reazione piccata all’interno delle agenzie, che non hanno dimenticato il risentimento verso un’amministrazione che ha minato la loro indipendenza.
In questo contesto, Trump ha nominato Tulsi Gabbard, ex parlamentare democratica poi convertita ai repubblicani, a capo dell’organismo di coordinamento delle 19 agenzie di intelligence. Nonostante il suo passato di critiche a nuove attività militari statunitensi, in particolare in Medio Oriente, nasconde il suo punto di vista sulla minaccia nucleare iraniana, mantenendo il supporto per il presidente nella lotta contro presunti nemici interni. Allo stesso modo, Kash Patel, il direttore dell’FBI, ha operato in sintonia con le direttive della Casa Bianca, concentrandosi sulla soppressione delle critiche interne.
Parallelamente, anche l’alleato israeliano Bibi Netanyahu ha avuto un ruolo chiave nello stimolare l’azione americana contro l’Iran, presentando a Trump un progetto del Mossad al fine di incitare una rivolta e il crollo del regime. Tuttavia, l’intelligence americana ha mostrato scetticismo nei confronti di tali progetti, che sono stati accolti con maggiore cautela da parte della Casa Bianca, che temeva il coinvolgimento di forze curde e baluci nell’operazione.
In Europa, la situazione non è meno complicata. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e i funzionari di intelligence regionali presentano visioni divergenti sulla minaccia terroristica iraniana. Mentre il governo ritiene che si tratti di uno scenario vago e non imminente, gli agenti di sicurezza mettono in guardia contro la sottovalutazione del rischio di attentati, con la possibilità di azioni ibride facilitate da elementi legati a Teheran o coinvolti nel crimine organizzato.