Il calo dell’approvazione di Putin solleva interrogativi sulla stabilità del regime
A maggio, per due settimane consecutive, il sito di sondaggi russo Vziom, controllato dal governo, ha interrotto la pubblicazione dell’abituale sondaggio sul tasso di approvazione del presidente Vladimir Putin. L’ultimo rilevamento, risalente al 24 aprile, ha registrato il valore più basso dall’inizio della guerra in Ucraina, con un tasso di approvazione del 65,6%. Questo dato, sebbene elevato rispetto ai parametri delle democrazie occidentali, rappresenta un campanello d’allarme per il governo russo, riporta Attuale.
La sospensione della pubblicazione può essere interpretata come sintomo delle preoccupazioni di Putin, non tanto in merito alla possibilità di essere defenestrato tramite elezioni, cosa ritenuta improbabile data la natura controllata del regime, quanto piuttosto rispetto al rischio di nuove proteste di piazza, o persino di un colpo di stato.
I dati di questi sondaggi devono essere contestualizzati nel panorama russo, in cui gli analisti tendono a considerarli sovrastimati. In termini semplici, molti cittadini non si sentono liberi di esprimere la propria opinione politica e non rivelano la verità ai sondaggisti.
Secondo Abbas Gallyamov, ex redattore dei discorsi di Putin, ora critico del suo governo, la situazione attuale indica che non è aumentato il numero di persone contrarie al presidente, ma sono accresciuti coloro che si dicono disposti a correre il rischio di esprimere apertamente la loro opposizione.
Molti dei motivi di questo malcontento sono legati alla guerra. Le limitazioni all’accesso a internet, in particolare alla rete dati per cellulari, sono diventate sempre più frequenti e impreviste, durando anche diversi giorni e interessando anche grandi città come Mosca, dove risiede una parte della classe urbana benestante e pro-Putin.
Il regime giustifica queste interruzioni come misure di difesa contro attacchi ucraini, ma questa spiegazione appare debole, dato che le restrizioni colpiscono aree lontane dal conflitto. È più plausibile che si tratti di un’operazione di censura mirata a limitare la capacità delle opposizioni di organizzarsi e a soffocare messaggi antigovernativi. Già da tempo, infatti, il governo ha limitato i social media occidentali, come Instagram e Facebook, oltre ai principali servizi di messaggistica come WhatsApp e Telegram, per incentivare l’uso di MAX, un’app controllata dallo Stato.
Le restrizioni non creano solo problemi di libertà d’espressione, ma portano anche a difficoltà pratiche. Come spiegato dall’attivista Yulia Grekova, «la gente si è abituata a pagare e a prenotare taxi con il cellulare e ad utilizzare internet per lavoro e per accedere ai servizi pubblici. È per questo che la reazione è così forte; tutti ne risentono». Tale scontento ha provocato critiche nei confronti del governo, anche se in gran parte queste provengono da cittadini all’estero, al sicuro dalla repressione.
A tutto questo si aggiungono le difficoltà economiche e gli effetti degli attacchi ucraini, che contribuiscono ad abbassare il morale della popolazione e aumentare la stanchezza nei confronti della guerra, che dura da oltre quattro anni. Con il fronte sostanzialmente immobile e i negoziati in stallo, non sembra in vista né la fine del conflitto né una vittoria netta.
Dopo un avvio in cui l’economia russa continuava a crescere, attualmente la situazione sta cambiando, probabilmente a un ritmo più rapido rispetto a quanto dichiarato dal regime. La crescita salariale sta rallentando e le tasse sono aumentate, così come il prezzo dei principali beni alimentari. Un’emergenza sanitaria in Siberia, attribuita a una cattiva gestione governativa, ha portato all’abbattimento di milioni di animali e a perdite economiche significative, accompagnate da proteste da parte degli allevatori.
I droni ucraini colpiscono sempre più in profondità il territorio russo, inclusi il centro della capitale e aeroporti meridionali. Gli attacchi alle infrastrutture petrolifere, oltre a causare danni economici, generano anche impatti ambientali e sulla salute pubblica. Gli incendi seguiti agli attacchi alla raffineria di Tuapse hanno coperto la città di fumi tossici, scatenando critiche aperte da parte dei residenti nei confronti del governo, un evento raro in Russia.
Il timore di ulteriori attacchi ucraini ha spinto Putin a ridimensionare la tradizionale parata del 9 maggio, giorno dedicato alla celebrazione della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, un evento centrale nella propaganda del regime.
Tuttavia, tutti questi segnali non devono essere interpretati come indizi di una caduta imminente del regime di Putin. In passato, sono già stati avanzati scenari del genere che non si sono mai concretizzati. Sebbene ci siano state proteste antigovernative significative, come quelle del 2011 e del 2018, la risposta del governo è sempre stata dura, caratterizzata da violenti scontri con i manifestanti e arresti di massa.
Ciclicamente, i media e gli analisti parlano di «crepe» nel regime, ma finora questo non ha mai portato a un vero crollo, in parte grazie al sistema di forze di sicurezza, fidelizzato e stratificato, istituito da Putin nel corso degli ultimi 25 anni, che reprime ogni forma di dissenso anche con metodi illegali. La mancanza di una vera opposizione unita e organizzata, insieme all’eliminazione sistematica dei suoi leader più significativi, continua a garantire a Putin una presa ferma sul potere.