La filmmaker libanese Myriam El Hajj: continuare a raccontare Beirut in tempo di guerra

11.06.2026 09:45
La filmmaker libanese Myriam El Hajj: continuare a raccontare Beirut in tempo di guerra

Il Cinema Libanese in Tempo di Guerra: L’Intervista a Myriam El Hajj

DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME «Mettere al mondo una figlia in tempo di guerra è già un gesto di resistenza. Continuare a fare cinema, in Libano, lo è forse ancora di più». Per la regista libanese Myriam El Hajj, tra le voci più autorevoli del documentario mediorientale, maternità e cinema oggi coincidono con la stessa urgenza: opporre alla cancellazione, alla violenza, alla perdita della memoria. Autrice di Diaries from Lebanon, il film che ha raccontato il collasso politico ed economico del Paese, El Hajj osserva un Libano in cui l’emergenza non è più un’eccezione, ma una condizione permanente. E dove anche il racconto più intimo finisce inevitabilmente per misurarsi con la guerra e con la geopolitica, riporta Attuale.

Il Libano vive da anni in uno stato di crisi continua. Da regista, come si racconta un Paese in cui l’emergenza rischia di diventare la normalità? «Credo che il Libano sia sempre stato così. Siamo cresciuti nell’incertezza, nell’insicurezza, nella guerra. Io sono nata nel 1983, in piena guerra civile, e i miei primi cortometraggi parlavano proprio di quell’esperienza vissuta attraverso lo sguardo dell’infanzia. Poi sono arrivate altre guerre, altre esplosioni, altre crisi economiche. Noi registi impariamo a muoverci dentro questa instabilità. Trasformiamo la rabbia e il dolore in film, invece di impazzire. Ma arriva anche un momento in cui non sai più quali storie raccontare, perché le vicende umane vengono continuamente travolte da una Storia più grande, che non smette mai di incombere.

In un tempo dominato dalla polarizzazione e da narrazioni semplificate, che responsabilità sente nel preservare la complessità senza cedere né alla propaganda né al cinismo? «Ci sono giorni in cui mi chiedo che cosa possa davvero il cinema di fronte a tutta questa violenza. Il nostro lavoro sembra improvvisamente così limitato. Ma ho sempre cercato la zona grigia, l’ombra, la complessità dei personaggi e delle situazioni. Non mi interessa una lettura del mondo in termini di buoni e cattivi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di raccontare la complessità dei nostri Paesi, senza ridurre tutto a una sola causa o a una sola colpa, in una versione rassicurante per l’Occidente. Se continuiamo a raccontarci soltanto nel modo in cui l’Occidente vuole ascoltarci, finiamo per tradire la realtà.

La precarietà è una condizione strutturale per molti artisti libanesi. Quanto incide sul modo di filmare e di immaginare il futuro? «In Libano fare cinema è sempre stato difficile, perché non è mai esistita una vera industria cinematografica. Oggi lo è ancora di più: l’inflazione, i costi, l’instabilità rendono tutto fragilissimo. Ogni progetto richiede un piano A, un piano B, un piano C, a volte persino un piano D. Più volte ho pensato di smettere, di lasciare il cinema. Ma poi continuo. A un certo punto capisci che fare film in un Paese come il nostro significa anche fare altri lavori per sopravvivere. E, nel bene e nel male, è anche questo a costruire l’identità dei cineasti libanesi.

Ha partorito da poco. Che cosa significa diventare madre in tempo di guerra? «Per molto tempo avevo pensato di non avere figli, per non mettere al mondo un bambino destinato a rivivere ciò che io stessa avevo vissuto da piccola. Poi qualcosa è cambiato. È arrivata Yasma, due settimane fa. La sua presenza ha rafforzato in me il desiderio di continuare a esistere nonostante tutto, di creare vita di fronte alla morte, di resistere. Anche questo è un modo di opporsi alla cancellazione. E per me significa anche trasmettere: raccontarle la storia del Libano, della mia famiglia, la mia storia. Continuare a narrare, perché lei possa costruire a sua volta una memoria.

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