Saman Abbas, uccisa dai genitori per opporsi a un matrimonio forzato, la Corte conferma ergastoli

16.07.2026 08:05
Saman Abbas, uccisa dai genitori per opporsi a un matrimonio forzato, la Corte conferma ergastoli

Confermati i ergastoli per l’omicidio di Saman Abbas

L’ultimo atto della vicenda giudiziaria di Saman Abbas si è svolto ieri mattina presso la Corte di Cassazione di Roma, quando i giudici della prima sezione penale hanno rigettato i ricorsi, confermando così i quattro ergastoli per i genitori Shabbar e Nazia e i due cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, e la condanna a 22 anni di carcere per lo zio Danish Hasnain, decreti già emessi dalla Corte d’Appello di Bologna nel 2024. Le accuse includevano concorso in omicidio volontario e soppressione di cadavere, aggravate dalla premeditazione e da motivi abietti, riporta Attuale.

L’omicidio della diciottenne pakistana, avvenuto nella notte del primo maggio 2021 a Novellara, è stato perpetrato da chi l’aveva messa al mondo, poiché si era opposta a un matrimonio forzato. La giovane, ritrovata dopo un anno e mezzo sepolta sotto due metri di terra, è divenuta un simbolo nella lotta per l’autodeterminazione in Italia. La sua storia ha già ispirato una legge a suo nome, destinata a rafforzare la protezione delle vittime di matrimoni forzati e violenza domestica.

“Saman, giovane di origine pakistana in Italia, è stata uccisa dai suoi genitori e da alcuni familiari dopo essersi opposta a un matrimonio forzato e aver rivendicato il diritto di scegliere liberamente il proprio futuro”, ha commentato la premier Giorgia Meloni sui social. “Nessuna sentenza potrà restituirle la vita, ma è giusto che i responsabili di questo barbaro delitto siano stati condannati in via definitiva. In Italia non c’è spazio per chi pretende di negare, in nome di presunte giustificazioni culturali o religiose, la libertà, la dignità e la vita di una donna. Questi sono principi irrinunciabili sui quali non arretreremo mai. Il mio pensiero va a Saman. Che possa finalmente riposare in pace”.

Saman desiderava studiare, ottenere la patente e vivere liberamente. Era scappata e aveva chiesto aiuto, trovando rifugio in una comunità. Il suo grave errore è stato fidarsi una volta di troppo della madre, ritornando a casa la notte fatale per recuperare i suoi documenti, sperando di avviare una nuova vita.

Secondo i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, a commettere materialmente l’omicidio furono lo zio e i cugini. Si trattò di un omicidio premeditato, concepito dal clan familiare che non tollerava il desiderio di autonomia della ragazza. La Procura generale della Cassazione ha sottolineato che il delitto “non è stato un atto d’impeto, bensì una decisione deliberata dall’intero nucleo per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza”, definendolo “barbaro, corale e premeditato”.

Un’altra “vittima” in questa tragica storia è il fratello di Saman, Ali Haider, che ha testimoniato contro la sua famiglia, risultando attendibile ai giudici di secondo grado. “Lui ha vinto, le sue parole sono uscite dalle aule del tribunale, sono entrate nelle case di tutti i parenti di Saman; hanno proclamato che una donna è libera di fare ciò che desidera nella sua vita”, ha affermato l’avvocato di parte civile, Valeria Miari.

Rossella Benedetti, avvocata dell’associazione Differenza Donna, ha evidenziato l’importanza della sentenza, affermando che “è anche un aiuto alle nuove generazioni per riconoscere ciò che c’è di sbagliato in una relazione violenta”. Questa sentenza è un chiaro segnale che “per Saman, è stata fatta giustizia”.

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