Trent’anni fa, le élite occidentali nutrivano l’illusione che l’integrazione della Cina nell’economia globale avrebbe portato a un paese più ricco e libero, incline alla cooperazione piuttosto che al conflitto. Tuttavia, la realtà ha preso una direzione diversa. Già nel 2008, dopo la crisi di Wall Street, i leader cinesi hanno iniziato a teorizzare il declino irreversibile degli Stati Uniti, affermando la superiorità del loro modello. Con l’ascensione al potere di Xi Jinping, nel 2012, la Cina ha abbandonato la cautela diplomatica e ha utilizzato il capitalismo per rafforzare il suo regime autoritario, approfittando di mercati aperti per prepararsi a un mondo in cui la globalizzazione subisce una frattura, riporta Attuale.
Il paradosso è evidente: il miracolo economico cinese non è scaturito dal comunismo, ma dalla sua abbandono. Dopo la morte di Mao Zedong nel 1976, la Cina, distrutta da esperimenti fallimentari, ha intrapreso una nuova strada con Deng Xiaoping, introducendo elementi di mercato senza rinunciare al monopolio del Partito Comunista. I capitali iniziali sono giunti da Hong Kong, Taiwan e dal Giappone, avviando un processo di industrializzazione che ha reso la Cina una potenza manifatturiera.
Competizione globale
Dopo aver sottovalutato la Cina, oggi molti la considerano un potere in grado di sostituire gli Stati Uniti. Sebbene la forza cinese sia indiscutibile, con un progresso dall’arretratezza alla frontiera tecnologica in soli quarant’anni, la realtà è più complessa. La Cina domina settori industriali chiave come batterie, pannelli solari e intelligenza artificiale, e il suo governo è capace di pianificare investimenti a lungo termine e mobilitare risorse strategiche. Tuttavia, i successi cinesi hanno portato con sé nuove vulnerabilità: un’invecchiamento della popolazione, una crisi immobiliare e un mercato interno che assorbe più produzione di quanto possa sostenere.
Il nuovo Timoniere
Xi Jinping gode di un potere superiore a quello di Mao e Deng, ma questa concentrazione di potere ha reso il sistema più rigido e incline a errori correttivi lenti. Nella sua visione geopolitica, Xi ha compreso che economia e sicurezza non sono separabili. La Cina mira a una crescente autosufficienza, mentre cerca di rendere gli altri paesi più dipendenti dalle proprie forniture, anche sacrificando obiettivi climatici in favore della sicurezza nazionale.
Xi si presenta come sostenitore del multilateralismo e del libero commercio, pur continuando a sostenere le proprie imprese attraverso aiuti di Stato e manipolando il tasso di cambio per alterare la concorrenza. Ignora sentenze internazionali che contraddicono i suoi interessi e usa la pressione militare sui paesi vicini, dimostrando una netta distinzione tra le sue dichiarazioni e le sue azioni. La questione di Taiwan, dove vive una democrazia, rischia di innescare un conflitto globale.
Passato e futuro
La propaganda cinese fa riferimento al «secolo delle umiliazioni» per spiegare la geopolitica attuale, presentando l’ascesa della Repubblica Popolare come un riscatto dalle aggressioni occidentali. Tuttavia, la Cina stessa rappresenta un impero multietnico con un controllo rigido su Tibet e Xinjiang. La competizione tra Stati Uniti e Cina non ricorda la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica; la Cina è un partner commerciale chiave per molti paesi e la sua crescente influenza mette in discussione convinzioni consolidate sulla relazione tra economia e democrazia, commercio e pace, nonché sulla irreversibilità della globalizzazione.