Il ddl sulla giustizia minorile provoca divisioni politiche in Italia

25.07.2026 07:15
Il ddl sulla giustizia minorile provoca divisioni politiche in Italia

Scontro sul DDL sulla Giustizia Minorile: Polarizzazione Politica e Preoccupazioni Ambientali

La controversia riguardante il ddl del governo sulla giustizia minorile ha preso piede sui social media, prima ancora di un confronto parlamentare ufficiale. Il tutto è partito da un post del Partito Democratico (Pd), che ha condiviso una foto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni con la frase provocatoria: “Con lei anche i vostri figli possono andare in carcere”. La risposta della premier è arrivata rapidamente: “Con lei anche i vostri figli possono andare in carcere se delinquono. Per tutti gli altri stiamo lavorando affinché possano crescere in un’Italia più sicura, con più opportunità e più futuro. Ps: grazie per aver contribuito a far conoscere questa norma di buonsenso”, riporta Attuale.

Le critiche non si sono fatte attendere, arrivando da diverse parti politiche, avvocati penalisti e associazioni. Matteo Salvini, leader della Lega, ha affermato che la riforma invertirebbe il principio attualmente in vigore, sottolineando che “si presume che un ragazzo tra i 14 e i 18 anni sia consapevole delle proprie azioni, salvo prova contraria”. Secondo lui, “se a 17 anni si può prendere la patente, è giusto che ci siano anche gli oneri oltre agli onori. Se commetti un reato non puoi nasconderti dietro la minore età”. Nonostante questo, Salvini ha rincarato la dose, confermando che il percorso rieducativo per i minori resta previsto. Tuttavia, il ddl non riguarda solo l’imputabilità.

Le opposizioni, invece, vedono nel ddl un cambiamento di paradigma nella giustizia minorile. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, ha respinto la definizione di norma anti-maranza, sostenendo che la riforma “…riguarda tutti i ragazzi tra i 14 e i 18 anni, non una categoria evocata per esigenze di propaganda”. Ha inoltre espresso preoccupazione per una potenziale riscrittura della giustizia minorile in senso repressivo. Matteo Mauri, responsabile Sicurezza del Pd, ha criticato l’etichetta “maranza”, definendola dannosa per i giovani, e ha affermato che il governo sfrutta il disagio giovanile, aggravato dalla pandemia, per un ritorno politico sulla sicurezza.

Anche Claudia Eccher, componente laica del Csm, si è espressa, criticando la posizione di Magistratura democratica, che secondo lei oltrepassa i confini di un contributo tecnico per inserirsi impropriamente nel dibattito politico. Eccher ha precisato che la riforma mira a responsabilizzare i minori autori di reati gravi, rispettando la finalità rieducativa della pena senza mettere in discussione i ruoli tra politica e magistratura.

Preoccupazioni sono state sollevate anche dall’Unione delle Camere Penali, che ha parlato di “preoccupante regressione culturale” e ha contestato le strategie ritenute repressive, avviate mediante il decreto Caivano. Secondo loro, la non imputabilità per immaturità rappresenta un fenomeno marginale e quindi la riforma avrebbe principalmente un valore simbolico, alimentando l’idea di un’eccessiva indulgenza della giustizia minorile. Questa discussione è resa più complessa dai dati sul sistema penale minorile: secondo Antigone, gli istituti penali per minorenni, storicamente al di fuori del problema del sovraffollamento, hanno visto un incremento delle presenze dopo il decreto Caivano del 2023. Mentre nel 2022 i detenuti erano 381, nel 2024 sono aumentati a 587, assestandosi a 572 nel 2025. Antigone ha avvertito che la legge rappresenta “un ulteriore passo nella trasformazione della giustizia minorile da un sistema educativo a uno di punizione e repressione”. Inoltre, l’associazione ha richiamato dati Eurostat, evidenziando come l’Italia presenti uno dei tassi più bassi di minorenni denunciati nell’Unione Europea, con 362 denunce ogni 100.000 abitanti, rispetto a una media europea di 648 nel 2023.

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