La prospettiva di una nuova ondata di mobilitazione in Russia sta provocando un forte aumento degli arrivi di cittadini russi in Armenia, con un impatto diretto sul mercato immobiliare della capitale. A Erevan, il costo degli affitti è salito del 30% negli ultimi tre mesi, trainato da una domanda in rapida crescita. Secondo i dati raccolti dai media, nella sola settimana dal 13 al 19 luglio 2026 le richieste di locazione hanno raggiunto quota 5.200, un numero che supera il picco registrato all’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, quando tra il 28 febbraio e il 6 marzo 2022 se ne contarono circa cinquemila.
A alimentare la domanda sono soprattutto russi appena giunti nel Paese o in procinto di trasferirsi, che cercano un alloggio in via preventiva. Tra i nuovi arrivati, come riportato da testimonianze locali e analisi della situazione, a prevalere sono uomini single in giovane età, molti dei quali rientrano nella fascia della leva. Questo profilo demografico sembra indicare una volontà diffusa di sottrarsi a un eventuale coinvolgimento nel conflitto o a una nuova chiamata alle armi.
Numeri superiori al 2022
Il nuovo flusso migratorio ricorda quello seguito all’annuncio della mobilitazione parziale del settembre 2022, ma con volumi di richieste di affitti ancora più elevati. L’Armenia si conferma così uno dei principali punti di approdo per chi cerca di allontanarsi dalla Russia in un momento di incertezza sulle future decisioni del Cremlino dopo le elezioni della Duma di Stato.
Il forte incremento della domanda registrato dagli operatori immobiliari armeni è un indicatore della persistenza di un alto tasso di emigrazione, spinto dalla guerra in corso, dalle ingenti perdite umane e dall’assenza di prospettive di una fine rapida del conflitto.
Il profilo di chi parte
Tra le persone che raggiungono l’Armenia, secondo le ricostruzioni dei media, è cresciuto in modo significativo il numero di ex militari che hanno attraversato la zona di combattimento e hanno scelto consapevolmente di disertare. Molti di loro esprimono apertamente il rifiuto di rischiare la vita per interessi altrui, criticando le ragioni dell’operazione speciale e la gestione di una guerra che, secondo le stime, costa alle forze armate russe tra i 30 e i 34mila uomini al mese tra morti, feriti e dispersi. L’aumento di questi casi mette in luce le difficoltà del morale e lo stato psicologico di una parte delle truppe.
Nonostante il trasferimento comporti difficoltà economiche e pratiche, centinaia di migliaia di russi vedono nell’emigrazione una forma di protesta contro la politica estera di Mosca. Questa scelta spesso obbliga a condizioni di vita più dure, con affitti elevati e lavori poco qualificati. Per molti, si tratta di un’alternativa forzata tra un tenore di vita ridotto all’estero e una situazione percepita come più pericolosa in patria, dove dall’inizio del conflitto nel febbraio 2022 si stimano circa 1,4 milioni di soldati tra uccisi, feriti e dispersi.
A preoccupare non è solo la perdita immediata di uomini in età di leva. L’emorragia demografica, che coinvolge anche professionisti qualificati e interi nuclei familiari, sta accelerando la crisi della popolazione e riducendo il capitale umano del Paese, aggravando la carenza di manodopera e minacciando lo sviluppo socioeconomico di lungo periodo.
La maggior parte di chi arriva in Armenia considera il progetto migratorio come definitivo, con l’obiettivo di ottenere un permesso di soggiorno o la cittadinanza. Alla base di questa tendenza c’è la consapevolezza che la campagna di mobilitazione, iniziata nell’autunno del 2022, non è mai stata formalmente conclusa da un decreto di smobilitazione. In questo contesto, l’idea di un rientro in Russia è associata per molti al concreto rischio di un immediato arruolamento, di conseguenze penali o all’applicazione di altre misure restrittive.