Trump sospende l’offensiva contro l’Iran, grazie alla pressione araba
La nuova offensiva degli Stati Uniti contro l’Iran è stata sospesa, apparentemente dopo che Teheran avrebbe accettato un’intesa per riaprire lo stretto di Hormuz e porre fine alla minaccia nucleare. Tuttavia, non vi è stata alcuna conferma ufficiale da parte iraniana, lasciando aperta la possibilità di un cambiamento diplomatico, anche se non può ancora definirsi pace, riporta Attuale.
Il ripensamento dell’amministrazione Trump è stato in gran parte influenzato dai leader delle monarchie arabe, preoccupati per le possibili ritorsioni da parte dei pasdaran iraniani. Un’offensiva contro l’Iran comprendente attacchi su infrastrutture energetiche e centrali elettriche potrebbe paralizzare l’economia della Repubblica islamica, ma Teheran ha già minacciato di rispondere con attacchi alle strutture petrolifere nei Paesi arabi che ospitano truppe statunitensi, una situazione che preoccupa le monarchie del Golfo.
Uno dei protagonisti più visibili nella pressione esercitata su Trump è stato Mohammed bin Salman (Mbs), il principe ereditario saudita, che ha telefonato al presidente americano per sottolineare l’importanza del dialogo. La posizione saudita è chiara: Riad è disponibile a partecipare a operazioni mirate contro le milizie filo-iraniane, ma non desidera un conflitto prolungato senza limiti. Pochi giorni fa, l’aviazione saudita ha collaborato con le forze americane in attacchi contro le milizie in Iraq, dimostrando così la capacità di rispondere e ribadendo l’alleanza con Washington, ma evitando la devastazione dell’Iran.
Mbs esercita la sua influenza su Trump per tre motivi principali. Il primo è strategico: l’Arabia Saudita rimane un pilastro fondamentale della strategia americana nel Golfo, contribuendo con basi militari, intelligence e difesa antimissile. Una guerra che Riad reputa troppo pericolosa sarebbe problematica anche per Washington. Il secondo motivo riguarda l’economia e la politica: Trump considera la partnership con i sauditi non solo come una questione di sicurezza, ma anche come un’opportunità per investimenti e affari significativi. Infine, il terzo motivo è la personalizzazione della politica estera di Trump; il presidente tende ad ascoltare i leader con cui ha rapporti diretti e personali, e Mbs rientra in questa categoria.
Tuttavia, è importante notare che altre nazioni, come Qatar, Emirati Arabi, Oman, Turchia e Pakistan, hanno contribuito a mantenere la pressione su Trump per prevenire un’escalation del conflitto. Con il costo crescente della guerra e il rischio per le truppe statunitensi nella regione, l’amministrazione è obbligata a considerare attentamente le azioni future.
Pur essendo stata sospesa l’offensiva, il rinvio potrebbe essere solo una pausa tattica, in attesa di verifiche sui comportamenti iraniani riguardanti il programma nucleare e il passaggio di Hormuz. La dipendenza delle monarchie arabe dalla potenza militare americana conferisce loro anche un’influenza notevole; Trump può minacciare l’Iran senza consultare gli europei, ma ignora a fatica i Paesi in cui potrebbero verificarsi rappresaglie. Mbs non è un pacifista; è il leader di una potenza che desidera indebolire l’Iran, non incatenare il Medio Oriente in un conflitto incendiario.