A Teheran, tregua tra pragmatisti e oltranzisti per uscire dalla guerra

23.08.2026 13:35
A Teheran, tregua tra pragmatisti e oltranzisti per uscire dalla guerra

DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – A Teheran, in pubblico, la retorica della resistenza continua a dominare il discorso ufficiale. Tuttavia, negli ambienti decisionali emergono pressioni sempre più forti per trovare una via d’uscita dal conflitto, che si manifestano nella necessità di affrontare questioni economiche critiche come il prezzo del petrolio e quello del pane, riporta Attuale.

La spinta di tre uomini

Un approccio pragmatico da parte della Repubblica islamica si fa sentire grazie a tre figure chiave che da sei mesi stanno cercando di persuadere i loro colleghi che la diplomazia rappresenta la soluzione migliore. Questi leader sono il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento e coinvolto nelle mediazioni. Condividono una convinzione fondamentale: il vantaggio ottenuto nella rivalità con gli Stati Uniti deve essere convertito in un risultato politico prima che si trasformi in ulteriori disastri e isolamento economico.

Il fronte più fragile

Pezeshkian ha suggerito che la guerra debba necessariamente concludersi, meglio ora, mentre Teheran è ancora in grado di negoziare da una posizione di forza, “con potere e dignità”. Questo ha rappresentato un’ammissione non ufficiale che l’economia iraniana è il punto più vulnerabile della guerra attuale.

Lo stesso concetto è stato ribadito dal governatore della Banca centrale, Abdolnaser Hemmati, durante un’intervista televisiva, dove ha dichiarato che le esportazioni di petrolio sono quasi ferme e i fondi bloccati rimangono inaccessibili. Trump sta tentando di sfruttare questa vulnerabilità, lanciando una nuova offensiva economica soprannominata “D-Day economico”, che comporta pesanti conseguenze per chiunque offra a Teheran una via di scampo. La strategia di Trump sembra essere finalizzata a mantenere una posizione aggressiva evitando un ricorso alle armi.

Medicine e stipendi

Ghalibaf, il presidente del parlamento, condivide le preoccupazioni di Pezeshkian, pur provenendo da un contesto militare e con un’autorità differente. Sottolinea che la sicurezza è direttamente correlata alla possibilità di acquistare medicine, pagare stipendi e mantenere coesa una società messa a dura prova dalla guerra.

A Teheran, si è chiarito che lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto più critico. L’esperto Hamidreza Azizi ha rilevato che Ghalibaf ha avvertito che il valore dello Stretto dipende dalla sua capacità di essere attraversato; se il traffico marittimo viene interrotto, il mondo impara a non dipendere dall’Iran. I carichi deviano verso altre rotte, e ciò è visto dai pragmatici del regime come prova della possibilità di infliggere costi elevati, ma anche come un segnale che non si può viver di crisi perpetue.

Non perdere la faccia

Non tutti, però, condividono questa visione. Gli oltranzisti rimangono inflessibili. Il generale Ali Abdollahi, capo di Stato maggiore, promette risposte “devastanti”, mentre Ahmad Vahidi, leader delle Guardie della Rivoluzione, rifiuta qualsiasi dialogo con Washington, considerandolo un passo verso la resa. Queste posizioni sono condivise anche da numerosi pasdaran e membri del parlamento più estremisti, preoccupati che Trump stia usando la debolezza iraniana per ottenere ulteriori concessioni. Tuttavia, i pragmatici all’interno del regime percepiscono lo stesso rischio e concludono che, data la peggior situazione futura, è preferibile tentare un accordo oggi.

Si osserva una singolare simmetria: Trump cerca un’uscita senza ammetterlo, mentre il trio del regime cerca un’intesa senza apparire arrendevole. Sia Teheran che Washington sono impegnate nell’analisi di soluzioni che consentano di mantenere la dignità, ma la situazione di stallo non può persistere all’infinito.

23 agosto 2026

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