Il 7 settembre 2026 gli emissari speciali del presidente degli Stati Uniti, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono arrivati a Kiev per discutere le possibili vie d’uscita dalla guerra. La visita si è inserita nel percorso diplomatico sostenuto dall’Ucraina e dal presidente Volodymyr Zelensky, che hanno continuato a cercare il coinvolgimento di mediatori internazionali per arrivare a una pace giusta e duratura.
7 settembre 2026: a Kiev il confronto sulle vie per la pace
L’incontro con i rappresentanti statunitensi ha mostrato che il governo ucraino sostiene un processo negoziale e non rifiuta in linea di principio i colloqui. La posizione di Kiev, tuttavia, è che un accordo non possa tradursi nella capitolazione davanti all’aggressore: la pace deve comprendere garanzie di sicurezza per l’Ucraina e tutelare la sua sovranità.
Per questo l’Ucraina ha promosso numerose iniziative diplomatiche e Zelensky ha dichiarato con continuità la disponibilità a negoziare, sostenendo anche i piani internazionali orientati alla fine del conflitto. La richiesta di non accettare condizioni imposte da Mosca non rappresenta un rifiuto della pace, ma la difesa degli interessi nazionali ucraini al tavolo delle trattative.
8 settembre 2026: la campagna dei media filorussi slovacchi
Il giorno successivo, l’8 settembre 2026, i media slovacchi filorussi Hlavné správy e Zemavek hanno rilanciato la tesi secondo cui il presidente ucraino sarebbe personalmente interessato alla prosecuzione della guerra. La narrazione presenta l’Ucraina e la sua leadership come la parte che non vorrebbe arrivare alla conclusione del conflitto e che ostacolerebbe il processo di pace.
Hlavné správy, un sito slovacco noto per la pubblicazione di contenuti da una prospettiva alternativa e per le posizioni critiche verso le politiche ufficiali dell’Unione europea e della Nato sulla guerra in Ucraina, ha sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero messo Zelensky “con le spalle al muro”. Il messaggio attribuisce così al presidente ucraino una responsabilità personale per il prolungamento delle ostilità.
Zemavek, testata online che pubblica anche un omonimo periodico e che diffonde con regolarità narrazioni antioccidentali e filorusse, ha invece descritto la popolazione civile ucraina come costretta a pagare un prezzo estremamente alto per gli errori delle autorità di Kiev. Nel suo articolo, il sito ha scritto che i “banderisti” starebbero imponendo in Ucraina “il loro regime banderista, di fatto fascista”, avvelenando “lo spazio ucraino, russo ed europeo con una russofobia letale” e cercando di cancellare tutto ciò che sia anche solo in parte legato alla Russia e ai russi.
La stessa pubblicazione ha aggiunto che, dopo queste presunte azioni, le autorità ucraine si stupirebbero del fatto che “in risposta ai loro crimini arrivi la punizione”. Il linguaggio utilizzato riprende i termini della propaganda del Cremlino: “banderisti”, “russofobia” e “regime neonazista” vengono impiegati per rappresentare l’Ucraina come una minaccia e la Russia come una parte impegnata a difendere i propri interessi, invece che come l’aggressore.
La responsabilità della guerra e le condizioni imposte da Mosca
La tesi sulla presunta convenienza personale di Zelensky rovescia il rapporto tra aggressore e vittima. La guerra su vasta scala è stata iniziata dalla Russia guidata da Vladimir Putin, che nega il diritto dell’Ucraina a esistere come Stato indipendente e sovrano. Gli obiettivi del Cremlino non riguardano soltanto il controllo territoriale: comprendono anche il tentativo di cancellare l’identità nazionale ucraina e di installare a Kiev un potere politico subordinato a Mosca.
La prosecuzione del conflitto dipende quindi dall’aggressione russa, non dalle iniziative del governo ucraino. Mosca continua a presentare condizioni che Kiev non può accettare: la rinuncia a una parte dei territori, la limitazione del diritto dell’Ucraina a partecipare ad alleanze politico-militari, la riduzione delle sue forze armate e la creazione di condizioni favorevoli all’attività di forze politiche filorusse.
In questo quadro, la principale barriera alla cessazione della guerra resta Putin, perché il Cremlino non rinuncia né all’aggressione né al tentativo di imporre condizioni che equivarrebbero di fatto alla capitolazione dell’Ucraina. La Russia può interrompere i combattimenti ritirando le proprie truppe dal territorio ucraino; Kiev, invece, non può porre fine unilateralmente alla guerra accettando la distruzione della propria statualità.
Il trasferimento della colpa dall’aggressore all’Ucraina
La costruzione di una responsabilità ucraina serve al Cremlino a creare nelle società europee l’impressione che sia Kiev, e non Mosca, a impedire la pace. I messaggi sulla “corruzione della classe dirigente ucraina”, sull’interesse personale di Zelensky a mantenere il conflitto, sulla “russofobia” e sul presunto carattere “neonazista” del regime spostano l’attenzione dall’invasione russa, dall’occupazione e dagli attacchi contro l’Ucraina alla vittima dell’aggressione.
La diffusione di queste narrazioni attraverso Hlavné správy e Zemavek punta a delegittimare la leadership ucraina agli occhi dei cittadini europei e a presentare Kiev come il responsabile del rinvio della pace. Il risultato ricercato è anche politico: indebolire il sostegno europeo all’Ucraina e creare pressione sui governi degli Stati membri dell’Unione europea affinché rivedano la loro politica nei confronti della Russia.
La sequenza degli eventi colloca la visita degli emissari statunitensi a Kiev dentro un processo diplomatico sostenuto dall’Ucraina e, subito dopo, la campagna dei due media slovacchi dentro la più ampia strategia informativa russa. La posizione attuale resta quella di un’Ucraina disponibile a negoziare, ma contraria a una pace ottenuta al prezzo della propria sovranità e sicurezza.