Silvio Berlusconi celebra il suo 90° compleanno: un’eredità controversa
Domani Silvio Berlusconi compie 90 anni. Compie, non avrebbe compiuto: anche da morto, è più vivo che mai. Infatti, basta farne il nome che subito si scatena la polemica, com’è appena successo quando gli hanno intitolato Malpensa, scelta peraltro non felicissima perché è un aeroporto brutto, scomodo e detestato dai milanesi. “Fu vera gloria?”, come si chiedeva Manzoni di un altro italiano non altissimo, molto ambizioso e cui piacevano le donne. Berlusconi si può considerare uno statista o un pregiudicato, con in mezzo tutte le possibili sfumature dell’ammirazione o del disprezzo. Ma, al netto degli opposti isterismi, non si può negare che ci ha riempito e talvolta esaurito la vita, occupando la scena per trent’anni con una larghezza totalizzante che in precedenza aveva avuto unicamente Mussolini (lui soltanto per venti, però), riporta Attuale.
E allora così, alla rinfusa: Berlusconi e l’edilizia, Berlusconi e Milano, anche Due e Tre, Berlusconi e le televisioni, Berlusconi e i consigli per gli acquisti, Berlusconi e il calcio, Berlusconi e Craxi, Berlusconi e Montanelli, Berlusconi e Fede (inteso come Emilio), Berlusconi e la discesa in campo, Berlusconi e il nuovo miracolo italiano, Berlusconi e il milione di posti di lavoro, Berlusconi e il contratto con gli italiani, Berlusconi e l’editto bulgaro, Berlusconi e la nipote di Mubarak, Berlusconi e le olgettine, Berlusconi e la “culona inchiavabile”, Berlusconi e Apicella, Berlusconi e le cene eleganti, Berlusconi e gli avvisi di garanzia, Berlusconi e i processi, Berlusconi e la condanna e così via, all’infinito. E poi, mi consenta, mamma Rosa, le zie suore (ma quante erano, poi?), due mogli, due compagne, molte amiche, cinque figli, quattro governi, 6 miliardi e mezzo di patrimonio (stima di Forbes del 2023), cantante confidenziale sulle navi da crociera, costruttore, presidente operaio e del Milan, direttore artistico delle sue televisioni (“Se avesse le tette, farebbe anche l’annunciatrice”, la battuta migliore resta quella di Enzo Biagi), con la bandana con Blair, con il colbacco con Putin, Silvio Zelig, camaleontico, pirandelliano, Berlusconi uno nessuno e centomila, come da miglior tradizione italiana.
Il grande merito fu di essersi ispirato alla controrivoluzione liberale e anticomunista degli anni Ottanta, alla santissima trinità Thatcher-Reagan-Wojtyla; il limite, di averla molto proclamata ma poco realizzata. L’idea di un partito liberale di massa si scontrò, certo, con l’Italia delle due chiese, quella cattolica e quella comunista, e che liberale, liberista e magari pure libertaria non lo diventerà mai. Ma anche con la scelta di inventare il primo populismo mediatico, poi molto copiato con esiti discutibili, a conferma della curiosa capacità di un Paese del tutto ininfluente come il nostro di lanciare mode politiche molto riprese all’estero: il fascismo, per esempio. Alla lontana, Trump è figlio di Berlusconi (però, anche con tutto il male che si può pensare di Silvio, Donald è peggio, se non altro perché può fare più danni).
E quindi, a tre anni abbondanti da un curioso funerale di cui si ricorda soprattutto la meravigliosa omelia di monsignor Delpini come raffinatissima summa della secolare prudenza della Chiesa, siamo ancora qui a parlare di Berlusconi, come prima, più di prima (e sì, era amico anche di Tony Dallara). In lui, c’era un po’ di tutti noi, e viceversa. Per questo, alla fine, non possiamo non dirci berlusconiani, nemmeno chi l’ha odiato. Perché (seconda miglior battuta, detta da Giorgio Gaber ma pare non sua): “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.