Milano, 18 ottobre 2026 – La battaglia è scoppiata sui social media, con tensioni evidenti in piazza Duomo a Milano e in altre città italiane, propagandosi poi attraverso i telefoni. Questa volta è stata diffusa una lista di nomi, cognomi e indirizzi dei presunti responsabili dei disordini di sabato scorso. Si tratta di un cortocircuito che caratterizza le nuove manifestazioni di piazza, con passaggi repentini dalla realtà al virtuale e viceversa. A pubblicare la lista è stata la pagina Instagram «Cori beceri 4.0», seguita da oltre ventimila utenti, contenente minacce estese ai familiari. “Vi prenderemo uno per uno”, era l’avvertimento, ma non esisteva alcuna prova che quelle persone avessero partecipato agli scontri. Sostanzialmente, si è trattato dell’ ennesima guerriglia, alimentata da accuse e rappresaglie online, riporta Attuale.
Il dietrofront: era una provocazione
Il caso è esploso domenica mattina, 18 ottobre. È iniziato con l’invito ad aggiungere ulteriori nomi, seguiti da riferimenti ai quartieri di Affori e Comasina, dove i gestori della pagina promettevano di rintracciare i presunti colpevoli. Il post faceva allusione alla polizia, raccomandando di non portare armi. Infine, il dietrofront: gli stessi autori hanno dichiarato si trattasse di una provocazione. In effetti, i nomi, compresi, sarebbero stati completamente inventati. “Qualcuno ci è cascato”, hanno scritto sarcasticamente, deridendo le pagine che avevano amplificato la storia.
Il profilo Instagram è poi scomparso
Intanto, il profilo Instagram non è più accessibile come prima delle polemiche. Non è chiaro se sia stato chiuso, sospeso o rinominato. Tuttavia, quel nome ha una lunga storia; già nel 2015 si parlava online di «Cori beceri 3.0». Su Facebook circola un vecchio video attribuito a quella pagina, intitolato «Bossetti idolo nazionale», che si riferisce all’uomo condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio. Esiste anche una traccia su Facebook di «Cori beceri 4.0». Questo è un ambiente di pagine provocatorie e di umorismo nero; al momento, non ci sono prove che dimostrino che gli attuali amministratori siano gli stessi di allora.
Le manifestazioni pacifiche oscurate dai violenti
Dall’altra parte, ci sono i profili che hanno convocato la protesta. «Italia in Piazza», con un account Instagram creato il 4 ottobre e appelli rilanciati su TikTok, ha invitato i giovani a scendere in strada contro l’aumento dei prezzi del carburante, stipendi bassi e servizi pubblici inadeguati. Sabato erano presenti migliaia di persone: studenti, lavoratori e famiglie hanno sfilato con tricolori, bandiere della pace e slogan contro il governo. Molti hanno partecipato pacificamente, ma alla fine, alcuni gruppi di giovani incappucciati hanno preso il sopravvento sul corteo, scatenando disordini con sassi, bombe carta, vetrine infrante e incendi.
La battaglia politica
La situazione ha avuto anche ripercussioni politiche, manifestandosi attraverso dichiarazioni e post. Matteo Salvini ha definito i violenti “vigliacchi e criminali”, chiedendo misure penali per gli organizzatori dei cortei. Il dem Pierfrancesco Majorino ha condannato gli scontri, avvertendo di non “criminalizzare gli studenti”. Anche gli organizzatori locali di «Italia in Piazza» da Bologna hanno preso le distanze dalle violenze, lamentando di essere stati lasciati soli nella gestione della folla. Queste posizioni divergenti evidenziano la difficoltà di separare la protesta pacifica dalla devastazione.
In sintesi, i cortei sono finiti (al momento), ma sui social lo scontro continua, tra le pagine che mobilitano contro l’aumento dei prezzi, quelle che sostengono gli arrestati e quelle che minacciano di dare la caccia ai colpevoli, senza attendere che venga accertata la verità sui fatti.