Per molti ex prigionieri politici bielorussi la detenzione non si è limitata alla perdita della libertà: è diventata una sequenza di isolamento, minacce e violenze fisiche. Un sondaggio condotto tra 77 persone rilasciate indica che il 98,6% ha subito pressioni psicologiche e l’88,3% forme di violenza fisica; il 30,1% ha dichiarato di avere avuto pensieri suicidari durante la detenzione.
I risultati sono stati riferiti il 18 ottobre 2026 da Belsat. Si tratta di testimonianze di ex detenuti, non di una rilevazione indipendente sull’intero sistema carcerario bielorusso. Il loro insieme descrive però una combinazione ricorrente di abusi, privazioni e misure disciplinari che, secondo gli intervistati, ha avuto conseguenze profonde sulla salute fisica e mentale.
Il corpo come strumento di intimidazione
Tra gli episodi riferiti compaiono percosse, l’uso di dispositivi elettrici e l’impiego di cani. Alcuni ex detenuti hanno raccontato di essere stati costretti a spogliarsi davanti a videocamere, una pratica vissuta come umiliazione e ulteriore strumento di controllo. Altri hanno parlato del rifiuto o della mancata disponibilità di cure mediche.
Le testimonianze descrivono anche il lavoro forzato, la privazione del sonno e la minaccia di nuove punizioni. Questi elementi, presi insieme, trasformano ogni richiesta o protesta in un possibile punto di escalation: il detenuto può essere esposto a ulteriori sanzioni, trasferimenti o periodi di isolamento.
Più della metà delle persone ascoltate ha riferito di essere passata attraverso celle di isolamento disciplinare. La reclusione separata, nelle loro descrizioni, non appare soltanto come una misura temporanea. Per alcuni è stata una parte ripetuta della detenzione, con contatti ridotti, scarsa possibilità di ricevere sostegno e la sensazione di essere completamente dipendenti dall’amministrazione penitenziaria.
Quando l’isolamento diventa pressione psicologica
Quasi tutti gli intervistati hanno parlato di violenza psicologica. Le forme indicate comprendono minacce continue, intimidazioni, umiliazioni e la paura di ritorsioni. L’isolamento dagli altri detenuti avrebbe aggravato il senso di vulnerabilità, soprattutto quando si sommava all’incertezza sulle condizioni di salute e sulla durata delle punizioni.
Il dato sui pensieri suicidari riguarda quasi una persona su tre tra quelle intervistate. Le testimonianze includono anche episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio, descritti dagli ex detenuti come reazioni a una pressione percepita come incessante. Il dato non consente di stabilire quante persone abbiano vissuto esperienze simili nell’intera popolazione carceraria, ma mostra la gravità delle conseguenze riportate dal gruppo ascoltato.
Il quadro che emerge non dipende da un solo atto di violenza. È la sovrapposizione di percosse, umiliazioni, privazione del sonno, lavoro imposto, isolamento e mancata assistenza medica a rendere la detenzione, nelle testimonianze raccolte, un’esperienza di logoramento continuo.
Le conseguenze possono inoltre proseguire dopo il rilascio. Chi ha trascorso mesi o anni sotto minaccia, in isolamento o senza cure adeguate può avere bisogno di assistenza medica e psicologica anche una volta tornato libero. Resta quindi aperta la questione di quali forme di sostegno siano effettivamente disponibili per gli ex prigionieri politici bielorussi e di quanto le condizioni raccontate da questi 77 testimoni siano diffuse oltre il campione intervistato.