Dalle aule alle barricate: la crisi dei licei francesi entra nella guerra dell’informazione

19.10.2026 14:10
Dalle aule alle barricate: la crisi dei licei francesi entra nella guerra dell’informazione
Dalle aule alle barricate: la crisi dei licei francesi entra nella guerra dell’informazione

La protesta nata nelle scuole francesi per la carenza di insegnanti e il cattivo stato degli edifici si è trasformata, in poche settimane, in una crisi nazionale. Dal 18 settembre, quando le prime mobilitazioni sono partite da Créteil, nella periferia di Parigi, blocchi stradali e occupazioni hanno raggiunto centinaia di istituti; a metà ottobre, tra incendi e saccheggi, il confronto ha assunto una dimensione apertamente politica.

Il governo francese sostiene che Russia, Iran e Cina stiano sfruttando le tensioni per alimentare la polarizzazione sui social network. L’accusa si inserisce in una disputa più ampia: quanto della violenza appartenga alla protesta originaria e quanto, invece, sia stato amplificato da campagne di disinformazione o da attori esterni resta una questione da dimostrare con elementi concreti.

Una rivolta nata nelle scuole

Le prime richieste degli studenti riguardavano problemi molto concreti: più finanziamenti per i licei pubblici, classi meno affollate, edifici adeguati e un numero sufficiente di docenti. Le principali organizzazioni sindacali dell’istruzione hanno sostenuto la mobilitazione, che si è estesa rapidamente oltre la regione parigina.

In numerose città, gli studenti hanno bloccato gli ingressi degli istituti, eretto barricate e interrotto la circolazione. Secondo le cifre preliminari citate nelle ricostruzioni della protesta, entro il 17 ottobre avrebbero partecipato alle manifestazioni circa 800.000 persone. Nello stesso giorno, riferisce Reuters, gli arresti avrebbero superato quota 2.000.

Nel corso di ottobre il carattere delle iniziative è cambiato. A Limoges un incendio ha gravemente danneggiato il municipio, un edificio risalente al 1883; a Bordeaux e Marsiglia sono stati segnalati saccheggi di negozi. Questi episodi non descrivono però automaticamente l’intero movimento studentesco: le responsabilità, l’organizzazione e il contesto dei singoli atti violenti devono essere valutati separatamente.

La mobilitazione ha inoltre superato i confini francesi. In Italia, Belgio e altri Paesi sono state organizzate iniziative di solidarietà da gruppi giovanili. La loro comparsa conferma la circolazione internazionale delle immagini e delle parole d’ordine, ma non dimostra da sola l’esistenza di una regia unica o di un movimento europeo coordinato.

Lo scontro sulle informazioni

Il primo confronto diplomatico è avvenuto con Teheran. Le autorità iraniane hanno accusato la Francia di trattare brutalmente i manifestanti e di commettere gravi violazioni dei diritti umani durante gli scontri. Il 7 ottobre il ministero degli Esteri francese ha convocato l’ambasciatore iraniano, contestando a Teheran una campagna di disinformazione attraverso i canali ufficiali del ministero iraniano.

Il 13 ottobre, intervenendo a una conferenza dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Russia, Cina e Iran di usare le proteste per diffondere narrazioni ostili e aggravare le fratture sociali. Secondo la valutazione del governo francese, i social network vengono impiegati per inasprire i conflitti su immigrazione, religione e politica internazionale, anche in vista delle elezioni presidenziali del 2027.

Si tratta di una contestazione ufficiale, non della prova che governi stranieri abbiano creato la protesta o diretto gli episodi di violenza. L’influenza può manifestarsi anche in modo meno diretto: selezionando immagini di scontri, rilanciando notizie non verificate, collegando singoli reati alla presenza dei migranti o presentando ogni intervento della polizia come il segno di una crisi irreversibile.

Canali anonimi su Telegram, profili falsi e media controllati dallo Stato possono accelerare questa dinamica. La propaganda non deve necessariamente inventare ogni fatto: spesso è sufficiente isolare gli episodi più drammatici, caricarli di significati politici e collegarli a messaggi sulla presunta fine dell’ordine pubblico, sulla perdita di sovranità o sul fallimento delle istituzioni.

Il precedente dei “gilet gialli”

Parigi richiama anche precedenti già osservati nelle crisi sociali francesi. Durante la protesta dei “gilet gialli”, alla fine del 2018, le autorità avviarono un’indagine su circa 600 account ritenuti collegati alla Russia. Attraverso l’hashtag #giletsjaunes, quei profili avrebbero diffuso contenuti falsi sulle azioni del governo e rappresentato la Francia come un Paese sull’orlo della guerra civile.

Quel caso viene oggi utilizzato come termine di paragone, ma non costituisce la dimostrazione che le attuali proteste siano controllate nello stesso modo. Il punto comune riguarda piuttosto il meccanismo: una contestazione sociale reale può diventare terreno fertile per messaggi che accentuano la sfiducia nelle istituzioni e trasformano il malcontento in una crisi politica permanente.

Le autorità francesi inseriscono la vicenda in una strategia più ampia attribuita a Mosca. Nel 2016, durante la campagna sulla Brexit, reti di account e strumenti finanziari sarebbero stati impiegati per sostenere l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sfruttando le divisioni interne al Paese. Un rapporto pubblicato nel 2020 dal Comitato parlamentare britannico per l’intelligence e la sicurezza ha esaminato le attività russe legate a elezioni e referendum nel Regno Unito.

Il 12 ottobre il primo ministro britannico Andy Burnham ha a sua volta parlato di interferenze russe nel referendum sulla Brexit e ha messo in guardia da attività analoghe in Francia e Germania. Anche in questo caso, l’esistenza di precedenti e accuse istituzionali non basta a dimostrare un collegamento operativo con gli episodi francesi del 2026.

Le fratture europee come terreno di pressione

In Germania, all’inizio di ottobre, il parlamento regionale della Sassonia-Anhalt ha approvato, con i voti di Alternativa per la Germania e dell’Alleanza Sahra Wagenknecht, una risoluzione che chiedeva di interrompere il sostegno militare e finanziario all’Ucraina e di revocare le sanzioni contro la Russia. La convergenza parlamentare su una posizione favorevole agli interessi di Mosca può essere politicamente significativa, ma non equivale da sola alla prova di un controllo russo sui partiti coinvolti.

Secondo l’interpretazione francese, il vantaggio strategico per il Cremlino consiste nel rendere più profonde fratture già esistenti: immigrazione, disuguaglianze, religione, criminalità, sanzioni e sostegno all’Ucraina. La stessa crisi può essere raccontata a un gruppo come la prova dell’invasione migratoria e a un altro come la conferma di uno Stato repressivo e indifferente alle difficoltà sociali.

In questo schema anche l’Iran avrebbe un ruolo complementare, soprattutto attraverso gli attacchi informativi e le accuse rivolte alle autorità francesi. Ma la sincronizzazione delle narrazioni non dimostra necessariamente un coordinamento diretto tra Teheran e Mosca. Per stabilire responsabilità precise servirebbero prove su reti, finanziamenti, ordini e campagne organizzate.

La crisi francese resta quindi sospesa tra due livelli. Da una parte c’è una mobilitazione nata da problemi verificabili del sistema scolastico e sostenuta dai sindacati. Dall’altra c’è una battaglia per controllare il significato degli scontri, dei video e delle notizie che li accompagnano. Il passaggio decisivo sarà capire se le autorità riusciranno a documentare legami concreti tra le campagne digitali e gli attori stranieri indicati come responsabili. Nel frattempo, il conflitto sui licei è diventato anche un test per la capacità europea di distinguere il dissenso sociale dalla sua strumentalizzazione.

1 Comment

  1. Che situazione incredibile! Gli studenti francesi hanno finalmente deciso di farsi sentire, ma come sempre ci si mette di mezzo la politica e le accuse strane… In Italia abbiamo visto movimenti simili, ma questa crisi sembra davvero poter andare oltre. E il governo che dice? Non è mai colpa loro!

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere