Se Netanyahu e Trump perdono le elezioni, la guerra contro l’Iran proseguirà

27.10.2026 09:55
Se Netanyahu e Trump perdono le elezioni, la guerra contro l'Iran proseguirà

Le elezioni israeliane di oggi rappresentano un delicato punto di svolta per il paese: la sconfitta del primo ministro Benjamin Netanyahu e quella dell’ex presidente americano Donald Trump in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre sollevano interrogativi su una possibile diminuzione del conflitto in corso, iniziato il 28 febbraio. La risposta immediata potrebbe sembrare affermativa, ma un’analisi più razionale indica il contrario, riporta Attuale.

Nonostante le aspettative di una vittoria dell’opposizione, il risultato elettorale potrebbe non essere così netto. Si prevede che l’opposizione avanzi, ma non in una misura tale da governare senza i partiti arabi, il cui supporto è stato finora rifiutato. La formazione di un nuovo governo potrebbe richiedere settimane o mesi, durante i quali Netanyahu continuerà a esercitare il potere di guerra, anche in un contesto di transizione.

Il futuro del conflitto sembra quindi incerto: un Netanyahu sconfitto potrebbe ancora cercare di intraprendere azioni militari per influenzare l’opposizione e formare un governo di unità nazionale, come ha suggerito Danny Citrinowicz dell’Israel’s Institute for National Security Studies. L’analista ha avvertito che il vero rischio è che Netanyahu possa legare considerazioni politiche a sviluppi operativi in Iran, esagerando potenziali minacce.

Le prospettive per la guerra di Netanyahu

Un Netanyahu sconfitto potrebbe non attenuare il suo desiderio di concludere ciò che ha iniziato in Iran. La necessità di un lascito storico potrebbe spingerlo a considerare un attacco, in special modo visto che le aspirazioni militari e la pressione interna potrebbero spingerlo a mantenere una postura aggressiva.

Il contesto della guerra per Trump

Negli Stati Uniti, differente è la percezione della guerra, che risulta essere impopolare, contrariamente a quanto accade in Israele. Un Trump umiliato, privo di maggioranza, potrebbe risultare più avvelenato dalle elezioni e motivato a dimostrare il suo potere, mantenendo, d’altro canto, il suo ruolo di comandante in capo.

La questione iraniana continua a rappresentare un’ossessione per Trump, un tema che risale a decenni orsono. Dopo l’assassinio del generale Suleimani nel 2020, Trump si è trovato nel mirino degli iraniani, aumentando così l’insicurezza attorno alla sua persona, corroborata da misure di sicurezza attuate dall’amministrazione Biden.

Possibilità di un conflitto imminente

Le attuali dinamiche suggeriscono che una nuova guerra sia quasi inevitabile, secondo Citrinowicz. Non c’è soluzione miracolosa per la situazione di stallo nel Golfo Persico; le opzioni a disposizione di Trump sono limitate e difficili. Gli iraniani, dal canto loro, sembrano pronti a rispondere a qualsiasi attacco con una strategia offensiva, che includerebbe bersagli anche in territorio statunitense.

In tal senso, gli attuali eventi potrebbero essere un detonatore per una fase del conflitto più intensa rispetto alle precedenti. L’Iran ha recentemente promesso attacchi senza limiti come risposta alle sanzioni e alle pressioni continuative. Qualsiasi atto ostile da parte loro sarà accolto con nessuna possibilità di ripiego da parte di Stati Uniti e Israele, secondo gli esperti.

In conclusione, nonostante la logica vorrebbe indicare una riduzione delle ostilità, le pressioni politiche interne e la natura intrinsecamente conflittuale delle relazioni tra le nazioni interessate potrebbero benissimo portare a un’ulteriore escalation militare in Medioriente.

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