Tre anni dopo il 7 ottobre sono rientrati solo un’ottantina di abitanti. Tra cantieri e rifugi blindati, la comunità si prepara al voto del 27 ottobre, riporta Attuale.
DAL NOSTRO INVIATO
BE’ERI – Hanno dovuto ingrandire il cimitero. Con la guerra ancora in corso e il kibbutz spopolato non era stato possibile seppellire le vittime dei massacri, così i famigliari avevano usato le fosse provvisorie nei camposanti dei villaggi e delle cittadine qua attorno. Adesso i 101 membri uccisi all’alba del giorno più buio sono tornati tra gli alberi di tamerice dove avevano vissuto.
Come sono tornati 70-80 abitanti, mentre un migliaio resta nella comunità che è stata ricreata a un’ora di auto verso il deserto del Negev. Be’eri è più vecchio dello Stato di Israele: fondato nel 1946, ha sempre votato con maggioranze da plebiscito per il partito che lo Stato ha costruito. Questa volta la scheda di HaAvoda (i laburisti) non ci sarà, l’ex generale Yair Golan ha deciso di fondere la formazione con Meretz ed evitare che i voti del gruppo più piccolo vadano perduti, è successo alle elezioni del novembre 2022 e aveva in parte contribuito al ritorno al potere di Benjamin Netanyahu dopo solo 19 mesi all’opposizione su un ventennio al potere.
Le stradine che una volta erano verdeggianti attraversano un cantiere polveroso, soprattutto nelle zone verso Gaza dove sono state incendiate e distrutte 132 abitazioni. Il governo di estrema destra — che di sicuro non si è preoccupato di convertire gli abitanti, non sarebbe stato possibile — ha finanziato solo queste ricostruzioni: l’assemblea ha deciso di raggrupparle in una nuova area, chiamata Agrumeto per riunire insieme gli alberi che davano il nome ai quartieri devastati. Sui terreni degli eccidi nessuno vuole più abitare. Tutti gli altri progetti sono pagati con le donazioni affluite dopo gli assalti perpetrati dai terroristi di Hamas: è uno degli ultimi kibbutz in cui vige ancora la cassa comune.
Quello di Be’eri è un rinnovamento blindato per corazzare la paura che non riesce a passare. «Là c’è il nuovo rifugio per i ragazzi», indica Yaniv Cohen che coordina la riabilitazione del villaggio. Gli edifici rinforzati sono stati piazzati al centro, facili da raggiungere per tutti. «Stiamo tirando su anche un asilo più moderno, il campo da basket coperto e gli appartamenti per i giovani single che hanno appena finito il militare».
Il 7 ottobre del 2023 le famiglie sono state massacrate nelle villette a schiera, genitori e bambini stanati dalle stanze protette in cui si erano rifugiati, 31 persone sono state rapite. Anche Itay Shabi si è chiuso dentro con la moglie e i due figli piccoli, fino a quando i terroristi non hanno fatto irruzione: erano le 10.30, quattro ore dall’inizio degli attacchi, l’esercito non era ancora riuscito a fermare i fondamentalisti. A quel punto sono usciti dalla finestra e si sono nascosti sotto la piccola palma che tenevano in giardino. «Abbiamo sentito tutto, le urla delle mamme, quelle dei piccoli. Ero lì e non potevo fare nulla mentre chi amavo veniva macellato».
Nella mensa di comune ad Hatserim, dove gli abitanti hanno cercato di ricreare le abitudini condivise, sorseggia il caffè e abbassa la voce. «Per me tutta Gaza può essere rasa al suolo, i palestinesi restino sotto le macerie». Sa che nessun altro la pensa come lui o almeno nessuno lo esprime in pubblico. «Il nostro è un kibbutz pacifista, accompagnavamo i palestinesi che uscivano dalla Striscia negli ospedali israeliani, cercavamo di avere contatti con loro. Per me è tutto finito». Anche se sono i ministri fanatici a invocare l’espulsione degli arabi, non voterà per loro: «Resto a casa. Gli altri credo che scelgano Gadi Eisenkot perché rappresenta i valori di una vecchia Israele».
L’autostrada che scende da Tel Aviv verso il deserto sembra scorrere indietro nel tempo della politica, a un’epoca in cui la sinistra israeliana vinceva sempre e i pionieri dei villaggi agricoli seminavano la loro ideologia (per raccogliere voti) anche nelle città.
Adesso però dominano anche le gru che riempiono di palazzoni Sderot o Netivot e sono il simbolo dell’altro recupero di queste regioni, quello promosso da Netanyahu per cementificare la base del suo Likud. Il professor Alon Pauker ha insegnato Storia del sionismo e dei kibbutz, sa che il movimento conta ormai poco, solo un paio di rappresentanti siedono in parlamento. Sa anche che questa è la prima occasione per lui e per Be’eri di chiudere i conti con Netanyahu: il premier non si è mai preso alcuna responsabilità per gli errori strategici dietro la tragedia, ha visitato di rado e tardi i villaggi distrutti. A pochi giorni dalla devastazione Pauker aveva commentato: «Dobbiamo renderci conto che la nazione in cui vivevamo non esiste più». Tre anni dopo è la stessa disperazione ad averlo spinto a mettere tutta l’energia nella campagna elettorale per scalzare il primo ministro. «Siamo infuriati e traumatizzati all’idea che gli israeliani non lo abbiano ancora cacciato».