Elezioni in Israele: 640mila nuovi votanti tra i giovani spinti dalla ricerca di sicurezza

27.10.2026 09:35
Elezioni in Israele: 640mila nuovi votanti tra i giovani spinti dalla ricerca di sicurezza

Il Voto dei Giovani Israeliani: La Paura al Centro della Scelta Politica

Il 27 ottobre 2026, nella capitale israeliana, Tel Aviv, un giovane di nome Liav, vota per la prima volta e esprime chiaramente il motivo della sua scelta: la paura della violenza palestinese. Mentre si aggira per piazza Dizengoff, nota la cornice di un amico morto in un attacco a Gaza, sottolineando l’impatto del conflitto sull’identità politica delle nuove generazioni. «Ecco perché voto Ben-Gvir», afferma deciso. Diciotto anni e una leva imminente, Liav non si interessa particolarmente alla politica, ma è determinato a proteggere la propria vita, riporta Attuale.

Con 640.000 nuovi elettori, si evidenzia un cambiamento significativo nell’orientamento politico delle giovani generazioni israeliane. Tre su quattro di loro si identificano con la destra o il centro-destra, e uno su sei si indirizza verso i partiti estremisti come quelli di Ben-Gvir e Smotrich. La sociologa Tamar Hermann sottolinea che il fattore determinante non è tanto il cambiamento di opinione, quanto la crescente popolazione di ultraortodossi, che genera famiglie numerose — quasi sette figli per famiglia — rispetto ai laici che ne hanno meno di tre. Gli eventi del 7 ottobre hanno ulteriormente spostato l’attenzione verso la ricerca di sicurezza e identità, rendendo la politica meno una questione di scelta ideologica e più una questione di sopravvivenza.

Tel Aviv, storicamente considerata la città più progressista del Paese, presenta un panorama politico sorprendente. Ana, sorella di una vittima dell’attacco Hamas, decide di votare per Netanyahu, manifestando la fiducia del governo nella protezione dei cittadini. Al contrario, Danielle, un’altra giovane, si schiera a favore di Naftali Bennett, dichiarando la sua intenzione di scambiare il potere politico ma riconoscendo la necessità di una leadership forte, dato che «loro ci vogliono morti». La conversazione tra questi ragazzi mette in luce quanto la paura e la narrativa del nemico influenzino le scelte politiche della nuova generazione.

Il “nemico” palestinese resta un concetto astratto. Per questi giovani, la costruzione di una mentalità d’assedio è stata alimentata dal governo di Netanyahu, che ha sfruttato la paura come un’arma letale. Le relazioni interpersonali e il riconoscimento del dolore dell’altro sembrano scomparsi. In un contesto di assedio e propaganda, i ragazzi imparano a difendersi, mentre la narrazione pubblica cede a tendenze estreme. Il discorso sul genocidio è presente, ma per Yolhanan, un altro giovane, parlare dei 75.000 morti a Gaza sembra fuori discussione.

Non tutti i giovani, però, si lasciano influenzare dalla paura. Noa e Maya, rispettivamente 17 e 18 anni, discutono serenamente di un recente pigiama party interrotto da sirene di allerta, riflettendo su una giovinezza segnata da incertezze e eventi imprevisti. Maya supporta il candidato democratico Yair Golan, affermando che «Bibi ci ha rubato la felicità» e riconoscendo che «non tutti i palestinesi appartengono a Hamas». La sua amica Shiri aggiunge che l’ansia dilagante li costringe a preoccuparsi della sicurezza quotidiana, sopraffatti dall’idea di bombardamenti e ritorsioni.

Il panorama politico tra i giovani israeliani è complesso e sfaccettato. Anche se un forte sostegno si manifesta per la destra, l’atteggiamento verso la leadership di Netanyahu è messo in discussione da un’emergente classe politica più moderata. Il partito Yashar di Eisenkot, per esempio, guadagna consensi tra la gioventù, sottolineando un desiderio di cambiamento e la necessità di una governance più inclusiva in un contesto di continua tensione.

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